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whole of nation approach cina autonomia tecnologica
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Il “Whole-of-nation approach”: la Cina e la mobilitazione nazionale dell’innovazione

6 giorni fa

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di Oliviero Casale, componente gruppo Valle del Garigliano

Una strategia per un’economia più politicizzata

Nel nuovo ciclo della politica industriale cinese, il “Whole-of-nation approach” descrive il tentativo di Pechino di coordinare Stato, capitale e ricerca intorno a obiettivi strategici. In un contesto segnato da controlli all’export, restrizioni sui semiconduttori e competizione sull’intelligenza artificiale, l’innovazione non appare più solo come una leva di crescita. Diventa anche una componente della sicurezza nazionale, perché il controllo di alcune tecnologie incide sulla capacità del paese di ridurre vulnerabilità esterne.

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Il report di S&P Global China’s dual industrial mandate: Autonomy and productivity inserisce questo approccio dentro un doppio mandato. Da un lato c’è l’autonomia, intesa come minore dipendenza da tecnologie, fornitori e input esteri. Dall’altro c’è la produttività, cioè la necessità di migliorare l’efficienza attraverso innovazione, upgrading industriale e migliore allocazione del capitale. Il “Whole-of-nation approach” serve a tenere insieme questi obiettivi, anche se la loro compatibilità non è automatica. La mobilitazione statale può aiutare a costruire capacità strategiche, ma non assicura maggiore produttività aggregata.

Un progetto ambizioso, non una macchina perfetta

Per evitare una lettura troppo aderente a una sola fonte, è utile affiancare a S&P Global due analisi che ne precisano la dimensione istituzionale e i limiti. Il brief dell’East Asian Institute firmato da Qian Jiwei sottolinea il ruolo dello Stato come coordinatore dell’innovazione. L’analisi IGCC-MERICS di Jeroen Groenewegen-Lau invita invece alla cautela, perché le informazioni pubbliche non mostrano una lista ristretta e stabile di priorità tecnologiche. Il modello va quindi letto come un progetto ambizioso, non come una struttura ordinata.

Il governo centrale definisce le priorità, mentre i governi locali le trasformano in programmi territoriali. Le imprese statali offrono scala e capacità di esecuzione, mentre le aziende private contribuiscono con innovazione e adattamento commerciale. Università, istituti di ricerca e fondi guidati dal governo completano il sistema, ma il coordinamento tra questi attori non è sempre semplice.

Il 15° Piano quinquennale

La narrativa ufficiale del 15° Piano quinquennale 2026-2030 conferma questa impostazione. Il piano presenta lo “sviluppo di alta qualità” come cornice della modernizzazione cinese e collega innovazione, sicurezza, transizione verde e benessere pubblico. Attribuisce inoltre un ruolo centrale alla costruzione di un sistema industriale moderno e alla preparazione delle industrie del futuro. In questa prospettiva, la legittimazione del modello non dipende solo dalla competitività manifatturiera, ma anche dal rapporto tra crescita, welfare e condizioni di vita.

Capitale paziente e tecnologie di frontiera

Nei settori di frontiera, la logica del modello diventa più chiara. Quando i costi iniziali sono elevati e i ritorni incerti, il capitale privato tende a muoversi con prudenza. Lo Stato può invece accettare tempi più lunghi se ritiene che il risultato riduca vulnerabilità strategiche. Nei semiconduttori e nell’AI, la Cina incontra ancora ostacoli nella produzione domestica di processori avanzati sotto i 7 nanometri, ma cerca di compensare questi limiti con fondi pubblici, procurement e sostegno all’ecosistema nazionale.

Questa strategia non è automaticamente efficiente, ma risponde a una logica di sicurezza economica. Una tecnologia domestica meno performante può ricevere sostegno se consente di accumulare competenze, creare domanda interna e ridurre la dipendenza da fornitori esterni. La scelta può avere senso dal punto di vista dell’autonomia, ma può anche produrre duplicazioni, protezione di imprese deboli e investimenti con ritorni inferiori alle attese.

S&P Global indica che i fondi d’investimento sostenuti dal governo cinese sono destinati a raggiungere circa 2.000 miliardi di dollari. Il report segnala anche che quasi il 90% del private equity cinese, alla fine del 2024, risultava collegato al governo o influenzato da priorità pubbliche. Questa capacità sostiene progetti ad alto rischio, ma apre un problema di allocazione. Quando l’accesso ai finanziamenti dipende dall’allineamento politico più che dalla qualità economica, il rischio di sovrainvestimento aumenta.

Territori, imprese private e coordinamento

Il rapporto con i governi locali rende il quadro più complesso. Province e municipalità trasformano le priorità nazionali in progetti concreti, offrendo infrastrutture, credito agevolato e supporto amministrativo. Questa competizione può favorire cluster industriali specializzati, ma può anche creare eccesso di offerta. Quando molte amministrazioni puntano sugli stessi settori, la mobilitazione rischia di comprimere i margini e moltiplicare capacità produttiva non sempre necessaria.

Anche le imprese private restano decisive nei settori più dinamici. La loro vitalità può essere rafforzata da capitale pubblico e incentivi mirati, ma anche condizionata da una cornice politica che premia l’allineamento strategico.

Il passaggio dalla ricerca alla produttività

L’analisi IGCC-MERICS aiuta a ridimensionare l’idea di una concentrazione ordinata delle risorse nazionali. Groenewegen-Lau osserva che il sistema punta a ridurre la distanza tra università, istituti di ricerca e imprese, ma resta frammentato tra molte piattaforme e iniziative. La difficoltà non riguarda solo la disponibilità di fondi. Riguarda soprattutto la capacità di trasformare output scientifico in innovazione industriale scalabile.

Questo passaggio pesa sulla produttività. La Cina può produrre brevetti, pubblicazioni e capacità produttiva su larga scala, ma questi risultati non si traducono sempre in crescita della produttività totale dei fattori. La fase più delicata sta nel mezzo, dove la ricerca deve diventare prodotto industriale competitivo. In quel passaggio servono coordinamento, disciplina finanziaria, domanda reale e imprese capaci di innovare senza dipendere in modo permanente dal sostegno pubblico.

Autonomia, produttività e Stato sociale

Il “Whole-of-nation approach” appare più direttamente adatto all’autonomia che alla produttività. Può aiutare la Cina a costruire capacità domestiche e ridurre dipendenze esterne. È invece meno immediato stabilire se possa generare produttività aggregata, perché la produttività richiede selezione, concorrenza effettiva e uscita delle imprese inefficienti. L’autonomia può giustificare ridondanza e costi superiori, mentre la produttività richiede che capitale e lavoro si spostino verso gli usi più efficienti.

A questa valutazione economica si affianca una questione sociale. La China-WHO Country Cooperation Strategy 2022-2026 colloca la modernizzazione cinese dentro tre transizioni intrecciate: economica, sanitaria e globale. Il documento sottolinea che il passaggio verso uno sviluppo di maggiore qualità dovrebbe essere innovativo, coordinato, verde, aperto ed equo. Richiama inoltre Healthy China 2030, la copertura sanitaria universale e la necessità di promuovere equità, prevenzione e sistemi sanitari resilienti.

Questa prospettiva permette di leggere il “Whole-of-nation approach” anche come un banco di prova sociale. La costruzione di autonomia tecnologica potrà essere considerata sostenibile solo se accompagnata da lavoro dignitoso, protezione sociale, tutela dei diritti fondamentali e trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche. Lo stesso documento OMS-Cina avverte che l’innovazione sanitaria, dall’AI alla medicina digitale, può produrre benefici ma anche rischi. Per questo richiama regole e monitoraggio, affinché gli interessi commerciali non prevalgano sui benefici per cittadini e pazienti.

Una sfida ancora aperta

Il modello cinese può essere letto come una risposta alla politicizzazione della tecnologia e alla vulnerabilità delle catene globali. La sua capacità di mobilitare risorse pubbliche e private è un vantaggio in settori ad alto rischio. Per produrre risultati duraturi, però, deve trasformare gli investimenti in innovazione applicata, efficienza e produttività.

La sfida per Pechino sarà mantenere l’autonomia tecnologica senza perdere di vista il profilo sociale dello sviluppo. Se la mobilitazione nazionale rafforzerà innovazione, welfare e tutela della persona, il modello potrà contribuire a una modernizzazione più equilibrata. Se invece la competizione industriale produrrà sovracapacità, compressione dei diritti o uso poco trasparente delle risorse pubbliche, il successo tecnologico risulterà più fragile anche sul piano sociale.

Fonti: S&P Global 2026; Qian Jiwei, EAI 2024; Groenewegen-Lau, IGCC-MERICS 2024; Xinhua 2026; WHO-NHC 2023.

Fonti: S&P Global, China’s dual industrial mandate, 2026; Qian Jiwei, China’s Technological Advancements and Innovation in 2023, EAI, 2024; Jeroen Groenewegen-Lau, Whole-of-Nation Innovation, IGCC-MERICS, 2024; Xinhua / State Council of the PRC, China approves 2026-2030 blueprint, 2026; WHO e National Health Commission of the PRC, China-WHO Country Cooperation Strategy 2022–2026, 2023.

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