di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
In queste ore la missione Artemis II, con l’equipaggio a bordo di Orion, gira attorno alla Luna lungo una traiettoria di ritorno libero che sfrutta la gravità lunare per ricondurre gli astronauti verso la Terra, e mentre guardo questa immagine così potente, così moderna, così carica di meraviglia tecnica, mi accorgo che in me non prevale soltanto lo stupore. C’è, insieme all’ammirazione, un’inquietudine più profonda, perché non riesco a separare quella scena dal tempo che stiamo vivendo, un tempo nel quale l’uomo mostra di saper attraversare il vuoto cosmico con una precisione impressionante e, nello stesso momento, continua a devastare la Terra con guerre, violenze, rovine e sangue. Artemis II è partita dal Kennedy Space Center a inizio aprile 2026; Orion ha eseguito la manovra verso la Luna ed è stata inserita in una traiettoria che, proprio mentre la porta fin quasi all’orbita lunare, la mantiene già inscritta in un ritorno. Questo dato tecnico, che pure appartiene alla cronaca spaziale, mi sembra carico di una forza simbolica, quasi a ricordare che anche il viaggio più audace non cancella il bisogno di una casa, di un’origine, di una direzione.
Forse è proprio questa sproporzione a colpirmi più di tutto: da una parte la capacità di costruire strumenti così raffinati da tornare, dopo oltre mezzo secolo, attorno alla Luna; dall’altra l’incapacità di vivere da fratelli sulla Terra. Ed è per questo che, pensando a questa missione, mi tornano con forza le parole di Papa Francesco, quando disse che “serve poco andare sulla luna se non viviamo da fratelli sulla Terra”. In quella frase, che potrebbe apparire soltanto come un richiamo morale, io sento in realtà una critica radicale al nostro modo di intendere il progresso, perché essa spezza l’illusione secondo cui l’avanzamento tecnico coinciderebbe da sé con una crescita dell’umano, e ricorda che nessuna conquista dello spazio potrà compensare una civiltà che continua a produrre inimicizia, esclusione e morte.
Non posso non sentire, dentro questa riflessione, anche l’eco di quanto avevo già provato a scrivere sulla necessità di una politica migliore, realmente al servizio del bene comune, perché anche oggi, davanti a una Terra ferita dalla guerra e a un’umanità capace nello stesso tempo di tornare attorno alla Luna, quella domanda mi appare ancora più esigente e più ineludibile; e lo è ancor più dopo la Via Crucis del Venerdì Santo guidata da Papa Leone XIV, nella quale è tornata a imporsi con severità evangelica una verità che il nostro tempo vorrebbe rimuovere, e cioè che chi decide le guerre ne risponderà davanti a Dio. Il Papa ha voluto portare personalmente la croce in tutte le stazioni al Colosseo, e durante il rito è risuonato proprio quel richiamo alla responsabilità di chi provoca la guerra.
In questi giorni di Pasqua, poi, la Luna mi appare inevitabilmente anche come un simbolo.
Papa Francesco lo ricordò anni fa a Quito, evocando una tradizione cristiana antica secondo la quale il sole è immagine di Cristo e la luna immagine della Chiesa, la quale non brilla di luce propria, ma riflette una luce ricevuta, e proprio per questo si oscura quando se ne allontana. È un’immagine di grande semplicità e, insieme, di straordinaria profondità, perché suggerisce che esiste una forma della luce che non coincide con l’autosufficienza, con la potenza, con l’autoaffermazione, ma con la capacità di restare uniti alla propria sorgente.
E pensando alla luna non riesco a non sentire riecheggiare anche san Francesco, per il quale “fratello sole” e “sorella luna” non erano semplicemente immagini poetiche, ma il segno di un creato che non si basta da sé e che, proprio nella sua bellezza, rimanda oltre se stesso. Nel testo di Fratello sole, sorella luna ritorna chiaramente questa intuizione quando si canta che “Dio ci ha dato il cielo e le chiare stelle, fratello sole e sorella luna” e che tutto è “dono di Lui del suo immenso amore”.
Se tengo insieme queste immagini, la Pasqua mi appare allora per ciò che è davvero: non una parentesi devota che consola e basta, ma una luce che giudica la storia. Perché la Pasqua non è la celebrazione di una forza che si impone e domina, ma il mistero di una vita che attraversa il dolore, la violenza e la morte senza smarrire la propria sorgente. La luce pasquale non è la luce di chi vince schiacciando, ma di chi resta fedele all’amore dentro l’oscurità. Ed è per questo che non riesco a guardare Orion attorno alla Luna senza sentire una domanda scomoda e necessaria: a che serve arrivare così lontano, se sulla Terra continuiamo a non sapere vivere gli uni accanto agli altri senza annientarci?
Qui il richiamo di Papa Leone mi sembra decisivo. Nella Domenica delle Palme e poi ancora nel clima drammatico del Venerdì Santo, è tornata una parola netta contro la guerra, una parola che toglie ogni alibi spirituale alla violenza. Quando si dice che Dio non ascolta la preghiera di chi ha le mani che grondano sangue, o che chi decide le guerre ne risponderà davanti a Lui, non si sta aggiungendo un commento devoto alla cronaca del mondo, ma si sta riaffermando una verità durissima e liberante: non esiste linguaggio religioso che possa benedire la violenza, non esiste invocazione di Dio che possa rendere giusta una guerra, non esiste preghiera autentica dove le mani restano sporche del sangue degli innocenti.
Per questo, mentre il mondo osserva con ammirazione il viaggio di Artemis II, io sento che la domanda decisiva non riguarda soltanto la distanza che siamo capaci di percorrere, ma la luce da cui continuiamo a lasciarci guidare.
Perché si può orbitare perfettamente attorno a un astro e restare interiormente smarriti; si può sfiorare la Luna e continuare a precipitare moralmente sulla Terra; si può parlare di futuro, di innovazione, di progresso, mentre il presente continua a essere segnato dalle rovine della guerra e dall’assuefazione al dolore altrui.
E allora mi sembra che la Pasqua, quest’anno, dica soprattutto questo: che non basta andare lontano, se non sappiamo più da quale luce lasciarci raggiungere, e che davvero serve poco andare sulla Luna, se poi non impariamo a riconoscerci fratelli sulla Terra.
Oliviero Casale, dalla Valle del Garigliano, riflette sul significato spirituale e umano del viaggio di Artemis II attorno alla Luna, leggendo questa immagine alla luce della Pasqua, del magistero di Papa Francesco e dell’urgenza della fraternità in un tempo ferito dalla guerra.

