
Dopo l’arresto in flagranza di Mario De Michele, accusato di estorsione ai danni dell’ex sindaco di Orta di Atella, Angelo Brancaccio, il presidente regionale dell’Ordine dei Giornalisti, Ottavio Lucarelli, ha disposto la sospensione immediata dall’albo. Il giornalista, già condannato nel 2022 per aver simulato finti attentati, è stato fermato dai carabinieri mentre incassava 5mila euro, prima tranche di una richiesta di 10mila euro in cambio di silenzio stampa. Ma il dato politico più pesante è che Giuseppe Fiorillo, ex sindaco e ora candidato alle comunali 2026 a Cesa, aveva scelto De Michele come uno dei volti della sua lista, nonostante tutto. Una candidatura trattata come cosa seria, annunciata e raccontata pubblicamente. Non un’idea estemporanea, ma il frutto di un lungo dialogo tra i due, legati da un’amicizia trentennale e da una militanza politica condivisa negli anni Duemila. Fiorillo aveva definito De Michele “una risorsa importante per il territorio”, aggiungendo di “stimarlo profondamente” e di volerlo con sé nella sua “coalizione dei volenterosi”. Era arrivato a dire che “se correranno insieme sarà una battaglia di civiltà e verità”. Dichiarazioni che oggi, alla luce dell’arresto, pesano come macigni. Sui social, i due si erano scambiati post e commenti pieni di stima, affetto e toni enfatici. Una narrazione sdolcinata e fuori luogo, soprattutto per chi ambisce a guidare un’amministrazione locale. Fiorillo sapeva tutto del passato giudiziario di De Michele. Lo ha comunque difeso, rilanciato, quasi celebrato. Una scelta che oggi appare scandalosa e politicamente irresponsabile. Non è stato un incidente di percorso, ma una candidatura cercata, pensata, voluta. Lo stesso De Michele ne parlava con orgoglio, spiegando di essere combattuto solo per motivi professionali, ma di sentirsi lusingato. Fiorillo, nel tentativo di convincerlo, aveva persino dichiarato pubblicamente che gli avrebbe dato una delega alla cultura, qualora fosse stato eletto consigliere. Il quadro è chiaro: un candidato sindaco ha cercato di portare in lista un giornalista già condannato, ora arrestato per estorsione, trattandolo come un simbolo morale e culturale del proprio progetto politico. Nessun errore. Nessuna svista. Solo un’alleanza consapevole che oggi si traduce in un clamoroso autogol.


