Oggi: 02 Set, 2026
“Essere o non essere più” di Oliviero Casale
Oliviero Casale, “Essere o non essere più”

OLTRE I FATTI – Essere o non essere più: il dubbio dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa

6 mesi fa

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di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano

Il discorso avviato nel precedente mio articolo sul dubbio di Cartesio nell’epoca delle nuove tecnologie trova oggi un nuovo sviluppo davanti all’intelligenza artificiale generativa. Se lì il nodo era la necessità di interrogare criticamente il progresso, qui la questione si sposta ancora più in profondità, fino a coinvolgere il rapporto dell’uomo con sé stesso. Nella formula “essere o non essere” si concentra da secoli un dubbio che va oltre il teatro e oltre la figura di Amleto, perché tocca quel punto in cui l’uomo si accorge che qualcosa sta cambiando il suo rapporto con sé stesso. Oggi quella domanda sembra poter tornare in una forma diversa, meno legata al dramma della vita e della morte e più vicina a una trasformazione lenta, quasi impercettibile, che riguarda l’identità, il pensiero e il modo di abitare il proprio tempo. L’intelligenza artificiale generativa, entrando con sempre maggiore naturalezza nella quotidianità, non offre soltanto strumenti nuovi, ma modifica la qualità del legame che l’essere umano intrattiene con le proprie capacità, con il linguaggio, con il dubbio, con il processo stesso attraverso cui cerca una risposta.

Si comincia quasi sempre da esigenze pratiche e apparentemente innocue. Si chiede a questi sistemi di scrivere un testo, di chiarire un concetto, di cercare informazioni, di riordinare un ragionamento, di suggerire una formulazione più efficace, di aiutare a prendere una decisione o di trovare rapidamente una via d’uscita davanti a un’incertezza. Tutto ciò appare utile, efficiente, persino rassicurante, perché dà l’impressione di ridurre la fatica e di rendere più accessibile ciò che prima richiedeva tempo, concentrazione, attesa. Eppure, mentre queste tecnologie vengono vissute come un supporto esterno, si insinua gradualmente una dinamica più profonda: ciò che viene delegato non è solo l’esecuzione di un compito, ma una parte crescente dell’attività mentale che lo accompagna.

Nel momento in cui si affida alla macchina il compito di formulare, riassumere, orientare, organizzare o persino interpretare, qualcosa del soggetto comincia a spostarsi fuori da sé. Insieme alle richieste passano frammenti di linguaggio, modi di ragionare, abitudini espressive, preferenze, esitazioni, bisogni. A poco a poco, senza un gesto esplicito di rinuncia, l’uomo finisce per riversare nell’intelligenza artificiale non solo la propria conoscenza, ma anche parti della propria personalità, come se la voce interiore potesse essere alleggerita trasferendone il peso altrove. Ciò che rende questo processo particolarmente delicato è il fatto che avviene sotto il segno della comodità: non si ha quasi mai la sensazione di perdere qualcosa, perché tutto assume la forma di un aiuto immediato, di una soluzione pronta, di una facilitazione che sembra lavorare a favore dell’autonomia, mentre in realtà potrebbe lentamente indebolirla.

A questa cessione progressiva di contenuti e di funzioni interiori si accompagna un altro movimento, meno evidente ma altrettanto decisivo, che riguarda il ritmo stesso dell’esperienza. La velocità con cui l’intelligenza artificiale generativa risponde finisce infatti per esercitare una pressione silenziosa sul modo in cui le persone percepiscono il tempo, il lavoro e perfino il pensiero. Là dove una risposta arriva in pochi istanti, si fa strada l’idea di poter fare tutto più in fretta; là dove un compito viene alleggerito, nasce la tentazione di riempire subito quello spazio con nuove attività, nuovi problemi, nuove sfide da affrontare nello stesso momento. Invece di diventare un’occasione per rallentare e comprendere meglio, il tempo guadagnato viene spesso immediatamente occupato da altro, come se la rapidità dello strumento imponesse lentamente di estendere quella stessa rapidità alla vita.

In questo slittamento si nasconde forse uno degli errori più profondi che l’umanità sta compiendo senza riconoscerlo pienamente. La disponibilità costante di una risposta genera infatti l’illusione di poter moltiplicare senza limite i fronti aperti, di poter passare con leggerezza da una questione all’altra, di poter affrontare più cose contemporaneamente contando sul fatto che, in caso di difficoltà, ci si potrà rivolgere ancora all’intelligenza artificiale. Ma proprio questa fiducia nell’assistenza continua rischia di trasformarsi in una forma di circolarità sterile, simile a un cane che si morde la coda: si gira, si accelera, si produce, si rilancia, si salta da un compito all’altro, e tuttavia diventa sempre più difficile capire se ci si stia davvero muovendo in una direzione o se si stia soltanto moltiplicando il movimento. La sensazione di avanzare cresce nello stesso momento in cui diminuisce la percezione del senso.

Così, ciò che inizialmente sembra espandere le possibilità dell’azione può finire per svuotarne la profondità. L’abitudine a una risposta immediata riduce la tolleranza nei confronti dell’attesa, dell’incertezza e della lentezza, proprio quelle dimensioni dentro cui il pensiero si forma, il giudizio matura e l’esperienza acquista spessore. Se ogni esitazione deve essere colmata subito, se ogni difficoltà trova una scorciatoia disponibile, se ogni vuoto viene occupato da un suggerimento istantaneo, allora si assottiglia progressivamente la capacità di sostare davvero nelle domande. Eppure è proprio in quella sosta, in quella resistenza al riempimento immediato, che si sviluppano molte delle facoltà che rendono umano il rapporto con il mondo: la riflessione, l’interpretazione, la memoria, la responsabilità della scelta.

Mentre tutto questo accade, l’intelligenza artificiale generativa continua a perfezionarsi, ampliando la propria autonomia operativa e mostrando una capacità sempre maggiore di inserirsi in processi complessi, di accompagnare attività intellettuali, di simulare il dialogo, di adattarsi a contesti diversi. Quanto più questa presenza si fa efficace e pervasiva, tanto più naturale appare l’idea di affidarle non solo il lavoro ripetitivo, ma anche parti dell’elaborazione linguistica, creativa e decisionale. Ci si trova allora davanti a una trasformazione che non riguarda semplicemente il progresso tecnico, ma una possibile ridefinizione dell’umano, perché ciò che viene esternalizzato non è soltanto un insieme di operazioni, ma il modo stesso in cui il soggetto si rapporta alle proprie facoltà.

La domanda shakespeariana, riletta in questo orizzonte, acquista allora una risonanza nuova. Non riguarda più soltanto la possibilità di esistere o di cessare di esistere, ma il rischio di continuare a vivere perdendo lentamente il centro della propria presenza. “Essere o non essere più” potrebbe diventare il dubbio di un’umanità che, affidando all’esterno il linguaggio, la ricerca, la formulazione del pensiero, la gestione del tempo e perfino il ritmo delle proprie giornate, finisce per smarrire il rapporto con ciò che la rende autonoma. Non sarebbe una scomparsa improvvisa, né una sostituzione totale, ma una forma di dissoluzione più sottile, favorita dall’efficienza, dalla comodità e dalla tentazione costante di alleggerirsi della fatica che ogni autentica esperienza del pensiero comporta.

Per questa ragione la questione non può essere ridotta né a un entusiasmo ingenuo né a un rifiuto apocalittico della tecnologia. Ciò che viene chiesto oggi non è di negare gli strumenti che l’uomo ha creato, ma di interrogare con maggiore lucidità il modo in cui li sta lasciando entrare nella propria interiorità. Là dove tutto invita ad accelerare, a delegare, a moltiplicare, può diventare decisivo recuperare la capacità di fermarsi abbastanza da distinguere il movimento dalla direzione, l’assistenza dalla sostituzione, il vantaggio dalla perdita nascosta. Perché, se continuiamo a correre affidandoci sempre più a sistemi che pensano, organizzano e rispondono al posto nostro, la domanda più urgente potrebbe non essere più che cosa saprà fare l’intelligenza artificiale, ma se noi, nel frattempo, stiamo ancora scegliendo consapevolmente il nostro cammino.

Essere o non essere più: questo è il dilemma.

Oliviero Casale, dalla Valle del Garigliano, propone una riflessione sul dubbio dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa, tra identità, velocità e rischio di smarrire sé stessi.

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