Oggi: 02 Set, 2026
Oliviero Casale Cognitive Offloading Dal dubbio di Cartesio all’esternalizzazione del pensiero
Oliviero Casale Cognitive Offloading Dal dubbio di Cartesio all’esternalizzazione del pensiero

Cognitive Offloading: Dal dubbio di Cartesio all’esternalizzazione del pensiero

6 mesi fa

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di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano

In un mio precedente articolo, Il dubbio di Cartesio nell’epoca delle nuove tecnologie, avevo cercato di mostrare quanto, nel tempo presente, il vero atteggiamento razionale non consista né nell’entusiasmo cieco verso l’innovazione né nel suo rifiuto pregiudiziale, ma nella capacità di interrogare criticamente ciò che si presenta come utile, rapido e inevitabile. Il dubbio, in quella riflessione, non veniva inteso come sfiducia nel progresso, ma come forma di responsabilità, come esercizio vigile della ragione di fronte a strumenti che trasformano con crescente velocità la nostra vita individuale e collettiva. In questo senso, il richiamo a Cartesio non era casuale, perché il suo metodo nasce proprio dall’esigenza di non accettare nulla come vero se prima non è stato sottoposto a esame, e di fondare il sapere su basi sufficientemente solide da resistere all’errore e all’inganno.

Successivamente, in Essere o non essere più, avevo provato a portare quella stessa domanda su un piano ancora più radicale. Non si trattava più soltanto di chiederci se fosse prudente affidarsi a tecnologie di cui non conosciamo ancora fino in fondo gli sviluppi, ma di comprendere che cosa accada all’essere umano quando una parte crescente del suo linguaggio, della sua memoria, della sua capacità organizzativa e perfino del suo orientamento mentale viene progressivamente trasferita all’esterno. In quel testo cercavo di mettere a fuoco una sensazione ormai diffusa: il sospetto che, mentre i nostri strumenti diventano più efficienti, noi rischiamo di essere meno presenti dentro gli atti che continuiamo formalmente a compiere.

È precisamente a questo punto che la nozione di cognitive offloading diventa particolarmente significativa, perché offre un nome più preciso a ciò che, nei due articoli precedenti, avevo tentato di cogliere prima sul piano critico e poi su quello antropologico. Con questa espressione si indica il processo attraverso cui deleghiamo a supporti esterni una parte del nostro carico cognitivo, affidando a strumenti, dispositivi o sistemi compiti che altrimenti dovremmo sostenere mentalmente da soli. In sé, il fenomeno non è nuovo, perché l’essere umano ha sempre pensato anche attraverso mediazioni esterne: la scrittura, i libri, gli appunti, gli archivi, le mappe, i calcoli, i segni. E tuttavia, nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa, questa esternalizzazione assume una portata diversa, perché non riguarda più soltanto il ricordo di informazioni o la semplificazione di operazioni accessorie, ma comincia a coinvolgere direttamente funzioni come la formulazione del discorso, l’organizzazione del ragionamento, la sintesi, la selezione e perfino l’avvio del giudizio.

È qui che il dubbio cartesiano mostra tutta la sua attualità. Se Cartesio aveva fatto del dubbio metodico lo strumento per sospendere l’assenso verso ciò che non appariva sufficientemente chiaro e distinto, oggi quello stesso atteggiamento può aiutarci a interrogarci sulle tecnologie che penetrano nei processi stessi del pensare. Il suo insegnamento non consiste in una negazione del sapere, ma in una disciplina della mente, in una vigilanza che impedisce di confondere l’immediata utilità con la verità, la funzionalità con il bene, la rapidità con la comprensione. Applicato al nostro tempo, questo significa che il problema non è soltanto ciò che l’intelligenza artificiale può fare per noi, ma ciò che accade a noi quando ci abituiamo a lasciare che alcune operazioni mentali vengano svolte al nostro posto.

La questione, allora, non è semplicemente tecnica. Essa tocca il modo stesso in cui il soggetto si rapporta alle proprie facoltà. Cartesio, nel momento in cui cerca un fondamento indubitabile, approda al cogito, cioè alla scoperta dell’indubitabilità del pensiero in atto e della centralità della res cogitans, della realtà pensante. In una fase storica come la nostra, segnata dalla crescente mediazione di sistemi digitali e algoritmici, la domanda diventa inevitabile: che cosa accade quando quella soggettività pensante, che nella modernità viene assunta come principio di evidenza e fondamento del sapere, inizia a delegare all’esterno una parte delle proprie operazioni costitutive? Non si tratta di affermare in modo semplicistico che il soggetto scompaia, ma di riconoscere che esso rischia di abitare sempre meno il proprio lavoro interiore, affidando ad altri dispositivi passaggi che un tempo lo formavano dall’interno.

Da questa prospettiva, il cognitive offloading non appare soltanto come una strategia utile di alleggerimento mentale, ma come una soglia delicata, oltre la quale l’aiuto può trasformarsi in sostituzione. Finché deleghiamo ciò che è marginale, lo strumento resta un supporto; ma quando iniziamo a delegare ciò che contribuisce a formare la comprensione, il linguaggio, la memoria e il giudizio, allora la questione diventa inevitabilmente antropologica. Non perché si debba inseguire l’illusione di un essere umano puro, autosufficiente e privo di mediazioni, figura che probabilmente non è mai esistita, ma perché esiste una differenza decisiva tra l’usare strumenti per pensare meglio e l’abituarsi a usarli per pensare meno.

L’ambiguità dell’intelligenza artificiale generativa si annida esattamente in questa soglia. Essa si presenta come una straordinaria risorsa di semplificazione, e in molti casi lo è davvero. Ma, insieme, modifica quasi senza farsi notare la nostra soglia di tolleranza rispetto alla fatica cognitiva. Là dove prima era necessario cercare, ordinare, rileggere, selezionare, costruire con pazienza una struttura argomentativa o trovare lentamente parole adeguate a ciò che si voleva dire, ora diventa possibile saltare una parte di questi passaggi e accedere direttamente a un risultato plausibile, spesso elegante, spesso efficace. Proprio qui nasce la seduzione più forte, perché la delega non si presenta come privazione ma come sollievo, non come rinuncia ma come guadagno, non come impoverimento ma come ottimizzazione. E tuttavia, proprio per questo, la sua portata può diventare più profonda, dal momento che il soggetto inizia a ritirarsi dai propri processi mentali non per costrizione, ma per comodità.

In questa prospettiva, il cognitive offloading può diventare il nome di una progressiva disabitudine allo sforzo interiore. Non si tratta soltanto di ricordare meno, ma di esercitare meno la memoria; non soltanto di formulare più rapidamente, ma di frequentare meno quel lavorio lento e spesso opaco attraverso cui il pensiero prende forma; non soltanto di ottenere subito una risposta, ma di restringere lo spazio dell’incertezza, della ricerca, della sospensione e perfino dell’errore, che non sono incidenti marginali del pensare, bensì elementi costitutivi della sua maturazione. Una cultura che riduce sistematicamente l’attrito rischia infatti di ridurre anche la profondità, perché molta parte di ciò che chiamiamo comprensione non nasce dal possesso immediato di un risultato, ma dal tempo e dalla fatica necessari per arrivarvi.

Per questo la domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale debba essere usata oppure no, domanda che oggi appare persino mal posta, quanto piuttosto quale forma di rapporto con il pensiero essa finisca per incoraggiare. Se viene utilizzata come supporto per chiarire, confrontare, ampliare, mettere alla prova ipotesi che restano nostre, allora può davvero funzionare come una protesi intelligente capace di estendere possibilità e accesso. Se invece viene assunta come scorciatoia sistematica per evitare il lavoro della comprensione, per abbreviare il travaglio del linguaggio, per non attraversare il disordine che precede ogni autentica chiarificazione, allora la sua efficienza rischia di avere come controparte una sottile atrofia delle facoltà che rende superflue nell’immediato, ma non per questo meno necessarie nel lungo periodo.

Tutto questo riconduce, in fondo, alla domanda che era già implicita nel primo articolo e che poi è emersa con maggiore evidenza in “Essere o non essere più”. Che cosa accade a un essere umano quando continua a operare, a produrre, a rispondere, ma abita sempre meno il processo da cui quelle operazioni, quelle produzioni e quelle risposte derivano? Che cosa accade quando il linguaggio non è più il luogo in cui il soggetto si misura con la difficoltà del dire, ma diventa un materiale già quasi pronto, da selezionare, rifinire o approvare? E che cosa accade, soprattutto, quando la sottrazione di impegno mentale viene percepita come bene in sé, senza più interrogarsi sul fatto che alcune forme di fatica non siano un difetto da eliminare, ma il prezzo stesso della formazione?

Qui si gioca, mi pare, una delle tensioni decisive del nostro presente. Sarebbe miope ignorare il valore degli strumenti che possono ampliare l’accesso al sapere, facilitare il lavoro, ridurre il peso delle incombenze secondarie e offrire sostegno a chi, senza questi aiuti, resterebbe più esposto a esclusione o svantaggio. Ma sarebbe altrettanto miope non vedere che esiste una soglia oltre la quale l’aiuto smette di essere una mediazione e diventa una sostituzione, una zona in cui ciò che guadagniamo in fluidità rischia di corrispondere a ciò che perdiamo in spessore, in autonomia, in interiorizzazione. E poiché questa soglia non è sempre evidente, il pericolo maggiore consiste proprio nella sua normalizzazione, cioè nel fatto che si finisca per considerare naturale una forma di impoverimento che si presenta con il volto rassicurante del progresso.

Si affaccia qui anche un tratto ancora più inquietante del nostro tempo: non solo la tendenza individuale ad affidarsi subito all’intelligenza artificiale generativa, ma il fatto che questa delega viene vissuta quasi da tutti come una forma di vantaggio, come il segno di una maggiore rapidità, di una maggiore abilità, perfino di una presunta superiorità sugli altri. Ognuno pensa, in fondo, di essere più furbo perché evita la fatica della lettura, dell’approfondimento personale, del ragionamento autonomo e della lenta maturazione del giudizio. Ma proprio qui il fenomeno si amplifica, perché quando questa illusione si diffonde collettivamente non produce intelligenza, bensì un impoverimento condiviso. Ciascuno crede di guadagnare qualcosa sugli altri, mentre tutti insieme stiamo perdendo qualcosa di essenziale.

Convinti di essere più furbi degli altri, stiamo forse soltanto diventando più disponibili a rinunciare a noi stessi. Perché quella che appare come una scorciatoia individuale finisce per trasformarsi in un processo collettivo di svuotamento: quasi inconsciamente, e tuttavia sempre meno involontariamente, stiamo agevolando il percorso verso un progressivo non essere più dell’umano. Non perché l’umanità scompaia improvvisamente, ma perché rinuncia poco per volta a esercitare ciò che la costituisce: leggere, comprendere, ricordare, giudicare, pensare con le proprie forze. E così, mentre ciascuno si illude di ottenere un piccolo vantaggio personale, tutti insieme collaboriamo alla costruzione di una condizione nella quale il pensiero rischia di essere sempre meno vissuto come esperienza interiore e sempre più delegato come funzione esterna.

Forse il problema decisivo del nostro tempo non è soltanto che le macchine diventino sempre più capaci, ma che l’umanità intera finisca per collaborare, quasi senza accorgersene, alla propria delega. Perché nel momento in cui affida all’esterno memoria, linguaggio, organizzazione e giudizio, non modifica soltanto i propri strumenti: modifica lentamente l’idea che ha di sé e il modo stesso in cui abita il pensiero.

Ed è forse in questo slittamento, insieme collettivo e profondo, che prende forma una delle domande più radicali del presente.

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