di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
Dopo “Il dubbio di Cartesio nell’epoca delle nuove tecnologie”, dopo “Essere o non essere più: il dubbio dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa” e dopo “Cognitive Offloading: dal dubbio di Cartesio all’autoannullamento dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa”, il percorso di riflessione sembra condurre quasi inevitabilmente verso un ulteriore passaggio. Finché il problema resta quello del rapporto tra il singolo e la macchina, si può ancora descrivere il nodo come una questione che riguarda il dubbio, la soggettività, il lavoro interiore e la progressiva delega di alcune facoltà umane a sistemi sempre più rapidi ed efficienti. Nel momento in cui, però, l’intelligenza artificiale generativa entra anche nello spazio del confronto tra persone, della domanda, della replica, della confutazione e perfino del dissenso, la questione si sposta e diventa ancora più radicale, perché non riguarda più soltanto il modo in cui l’uomo pensa con l’aiuto della macchina, ma il modo in cui gli uomini finiscono per parlarsi attraverso la stessa macchina.
Dentro questa trasformazione si colloca ciò che si può chiamare retroazione del pensiero, espressione che prova a descrivere una dinamica ormai sempre più visibile. Una persona formula una domanda facendosi aiutare dall’intelligenza artificiale, un’altra costruisce la risposta servendosi dello stesso strumento, e il dialogo che ne deriva conserva certamente un volto umano ma si svolge già entro una struttura comune che ne orienta lessico, ritmo, forma argomentativa e persino tono. Ciò che appare come uno scambio tra soggetti differenti rischia così di prendere forma all’interno dello stesso dispositivo di riformulazione, come se il pensiero, passando ancora da interlocutori reali, ritornasse continuamente su se stesso dentro un ambiente tecnico condiviso. In un simile scenario non è necessario immaginare che la macchina sostituisca del tutto l’uomo, perché basta osservare come il confronto tenda a richiudersi dentro una mediazione che lo accompagna, lo organizza e lo restituisce in forme sempre più compatibili con il proprio funzionamento.
Se nel primo articolo, “Il dubbio di Cartesio nell’epoca delle nuove tecnologie”, il richiamo a Cartesio serviva a interrogare il rapporto tra il soggetto e il fondamento del proprio pensiero, qui quel riferimento acquista una risonanza ulteriore. Il punto non è soltanto che l’uomo deleghi una parte del proprio lavoro mentale, ma che la scena stessa in cui il pensiero si misura con un altro pensiero venga occupata da una struttura che tende a precedere entrambi. Il cogito cartesiano nasceva come tentativo di ritrovare nel soggetto pensante un punto di certezza; oggi, invece, ciò che emerge è il sospetto che il pensiero non solo si esternalizzi, ma impari anche a tornare a se stesso passando attraverso un circuito artificiale che ne alleggerisce la fatica e insieme ne modifica la forma.
Questo slittamento era già in qualche modo preparato da “Essere o non essere più: il dubbio dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa”, dove il problema non appariva più soltanto epistemologico ma antropologico. In quel testo il rischio si profilava come una lenta dispersione dell’umano, dovuta al fatto che linguaggio, memoria, ricerca, formulazione del pensiero e persino orientamento esistenziale venivano progressivamente affidati a sistemi capaci di assistere, organizzare e suggerire. Se oggi il discorso si sposta sulla retroazione del pensiero, è perché quella delega non resta chiusa nel rapporto tra individuo e tecnologia, ma si riversa sul piano relazionale e discorsivo. Non si tratta più solo di chiedersi che cosa accada quando un soggetto usa l’IA per pensare, ma che cosa accada quando anche il suo rapporto con l’altro viene filtrato dalla stessa logica generativa.
Anche il terzo articolo, “Cognitive Offloading: dal dubbio di Cartesio all’autoannullamento dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa”, lasciava intravedere questo sviluppo. Lì la delega cognitiva non appariva come un semplice vantaggio pratico, ma come una trasformazione capace di incidere sul modo in cui l’uomo affronta il dubbio, la lentezza, la costruzione del giudizio e il peso stesso della scelta. Se l’intelligenza artificiale diventa il luogo a cui si affidano sempre più spesso organizzazione, memoria, chiarimento, sintesi e formulazione, allora non sorprende che lo stesso meccanismo venga esteso anche alla conversazione e al confronto. In tal modo il cognitive offloading non riguarda più soltanto l’alleggerimento della mente individuale, ma la riconfigurazione del luogo in cui il pensiero si forma davanti a un altro pensiero.
Per comprendere meglio questa dinamica, il concetto di retroazione elaborato dalla cibernetica di Norbert Wiener offre una chiave particolarmente efficace. In quel contesto la retroazione indicava il ritorno dell’informazione su un sistema che, ricevendola, correggeva il proprio funzionamento e proseguiva la propria attività. Trasposta nell’ambito del discorso umano mediato dall’intelligenza artificiale generativa, questa logica assume una forma nuova e più sottile, perché domande, obiezioni, repliche e chiarimenti possono essere costruiti, raffinati e rilanciati dentro lo stesso apparato tecnico. Il dialogo non si interrompe, e anzi può diventare più fluido, più ordinato, più convincente, ma proprio per questo rischia di perdere qualcosa della propria resistenza, della propria imprevedibilità, di quella frizione reale in cui l’alterità dell’altro non si lascia subito ricondurre a una formulazione già disponibile.
Qui il richiamo a McLuhan si rivela altrettanto importante, perché aiuta a comprendere che la questione non riguarda soltanto i contenuti, ma la forma stessa del confronto. Quando il medium comincia a modellare il modo in cui la parola prende corpo, il problema non è più solo ciò che viene detto, ma il fatto che anche il dissenso, la distanza, la correzione e l’obiezione entrino in una medesima infrastruttura espressiva. Se due interlocutori si affidano allo stesso strumento per costruire domande e risposte, il dialogo non resta esterno a quell’ambiente, ma viene progressivamente plasmato da una grammatica comune che tende a omogeneizzare il campo del discorso. La differenza non scompare, ma rischia di venire restituita entro forme sempre più levigate, compatibili e persino rassicuranti.
A questo punto diventa prezioso anche il riferimento più recente a Shannon Vallor, che mette in guardia non tanto dal mito di una macchina cosciente pronta a soppiantare l’uomo, quanto dal rischio che l’essere umano rinunci progressivamente alla fiducia nella propria agency, cioè nella propria capacità di giudicare, scegliere e orientarsi. L’intelligenza artificiale, letta in questa prospettiva, non si presenta come un altro soggetto con cui confrontarsi, ma più come uno specchio che riflette verso di noi parole, schemi e immagini provenienti dallo stesso mondo umano. Se questo vale per il rapporto tra singolo e macchina, acquista un significato ancora più forte quando si estende al dialogo tra persone, perché allora il rischio non è solo quello della delega individuale, ma quello di una conversazione che si svolge dentro una superficie riflettente comune, capace di rilanciare il già detto in forme sempre più persuasive e sempre meno esposte all’urto dell’alterità reale.
Proprio qui la retroazione del pensiero si lascia riconoscere come qualcosa di più di un semplice fenomeno tecnico. Il tratto più delicato di questa trasformazione non sta nel fatto che le macchine producano testi o suggeriscano risposte, ma nel fatto che il pensiero umano possa abituarsi a ritornare su se stesso dentro una mediazione artificiale che ne semplifica il lavoro e insieme ne ridisegna il percorso. Là dove un tempo il confronto implicava esitazione, lentezza, passaggi imperfetti, tentativi non ancora compiuti e perfino il rischio di non riuscire subito a dire, oggi si affaccia con sempre maggiore naturalezza la possibilità di ottenere una formulazione già ordinata, una struttura argomentativa già pronta, una risposta già calibrata. In questo modo la conversazione non viene silenziata, ma può trasformarsi progressivamente in una circolazione interna di enunciati che si raffinano e si confermano all’interno dello stesso circuito.
Si comprende allora perché il tema della retroazione del pensiero non rappresenti una deviazione rispetto ai tre articoli precedenti, ma il loro sviluppo coerente. In “Il dubbio di Cartesio nell’epoca delle nuove tecnologie” il problema si concentrava sul fondamento del soggetto; in “Essere o non essere più: il dubbio dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa” il rischio si allargava fino a investire l’identità stessa dell’uomo; in “Cognitive Offloading: dal dubbio di Cartesio all’autoannullamento dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa” la delega cognitiva mostrava la propria possibile deriva verso una forma di svuotamento. Ora, con “La retroazione del pensiero nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa”, il problema si compie sul piano del rapporto con l’altro, perché ciò che entra in questione non è più soltanto la perdita di un lavoro interiore, ma la trasformazione dello spazio comune in cui il pensiero si forma, si misura e si espone.
Tutto questo non obbliga necessariamente a una condanna semplice o a un rifiuto nostalgico della tecnologia. Ciò che viene chiesto, piuttosto, è uno sforzo di lucidità nel cogliere che cosa stia cambiando mentre il confronto umano si affida sempre più a dispositivi capaci di assisterlo, accelerarlo e riformularlo. Un dialogo autentico non consiste soltanto nello scambio di contenuti ben costruiti, ma nell’esperienza di una differenza che resiste, nella possibilità di inciampare, nell’imperfezione di una parola ancora in cerca di sé. Se tutto questo tende a essere riportato entro una macchina che organizza, rilancia e rende più fluido il discorso, allora la domanda non riguarda più soltanto ciò che l’intelligenza artificiale sa fare, ma ciò che l’uomo rischia di non fare più da sé, e persino ciò che gli uomini rischiano di non vivere più davvero l’uno di fronte all’altro.
Per questo la retroazione del pensiero, lungi dall’essere una questione tecnica secondaria, finisce per aprire una domanda propriamente antropologica. Se i nostri scambi continuano a passare attraverso un apparato che organizza il linguaggio e lo restituisce all’interno di un circuito comune, il rischio non è solo quello di pensare meno da noi, ma anche quello di incontrare sempre meno realmente l’altro fuori da quella struttura riflettente. Proprio mentre la potenza dell’intelligenza artificiale generativa sembra ampliare le possibilità del discorso, potrebbe infatti restringerne silenziosamente l’orizzonte, sostituendo alla tensione viva del confronto una forma sempre più raffinata di ritorno del pensiero su se stesso. Ed è forse in questo passaggio che il problema del nostro tempo mostra uno dei suoi volti più inquietanti, perché non riguarda soltanto la macchina che ci assiste, ma il modo in cui, aiutandoci a pensare e parlare, potrebbe lentamente insegnarci a non uscire più davvero dal circuito che essa stessa ci offre.
Oliviero Casale, dalla Valle del Garigliano, sviluppa una riflessione sul rapporto tra intelligenza artificiale generativa, soggettività e filosofia della tecnologia.

