di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
Api, biodiversità e bene comune in un ecosistema da proteggere
Il 20 maggio 2026 si celebra la Giornata mondiale delle api, conosciuta a livello internazionale come World Bee Day 2026. È una ricorrenza che richiama l’attenzione sul ruolo delle api e degli altri impollinatori nella vita del pianeta, ma che dovrebbe parlare anche ai territori, alle comunità locali e a chi conserva ancora memoria di paesaggi agricoli nei quali la presenza delle api era parte naturale della quotidianità.
Il tema scelto per il World Bee Day 2026 è “Bee Together for People and the Planet – A partnership that sustains us all”, espressione che richiama una collaborazione vitale tra persone e natura, tra agricoltura e biodiversità, tra comunità umane e sistemi viventi. Non si tratta di uno slogan generico, perché dietro questa giornata c’è una verità molto concreta. La vita umana dipende da equilibri ecologici spesso invisibili, e le api rappresentano una delle espressioni più fragili e decisive di questi equilibri.
Per me parlare della Giornata mondiale delle api dalla Valle del Garigliano significa tornare con la memoria ai campi, ai frutteti e a quelle immagini dell’infanzia che oggi assumono un significato diverso, perché ciò che da bambino appariva naturale e quasi scontato si rivela, con il passare del tempo, come una parte essenziale di un ecosistema che non possiamo più dare per garantito.
Il ricordo delle api nella Valle del Garigliano
Ricordo le api che si muovevano da un fiore all’altro nei pescheti, vicino ai ciliegi e ai mandorli, ma anche tra i fiori spontanei degli incolti, lungo i margini dei campi e nei prati che, prima dell’arrivo del caldo più intenso, riempivano la Valle del Garigliano di colori, profumi e piccole presenze viventi. Allora quelle api facevano semplicemente parte del paesaggio, come il profumo della terra, il vento che attraversava gli alberi, la luce che cambiava sulle colline e il ritmo lento delle stagioni.
Solo più tardi si comprende che quella presenza minuta e laboriosa non era un dettaglio marginale della natura, ma una delle sue architetture più importanti, perché le api non si limitavano a volare tra i fiori, ma contribuivano alla continuità della vita vegetale, alla fertilità dei territori, alla qualità del paesaggio agricolo e alla possibilità stessa di raccogliere i frutti di quella terra.
Nella Valle del Garigliano, la biodiversità vive nei frutteti, negli ulivi, nei giardini, nei campi coltivati, nelle fioriture spontanee, nei corsi d’acqua, nei margini agricoli e in tutti quegli spazi apparentemente minori che spesso custodiscono più vita di quanto siamo abituati a vedere. Proprio quei luoghi raccontano quanto sia profondo il legame tra la vita delle comunità e la salute dell’intero ecosistema della valle, un ecosistema che dovrebbe essere mantenuto, protetto e rigenerato, perché da esso dipendono identità, paesaggio, agricoltura, qualità ambientale e futuro del territorio.
Perché le api sono così importanti
Le api e gli altri impollinatori svolgono una funzione essenziale per l’agricoltura e per gli ecosistemi, poiché molte colture alimentari dipendono, almeno in parte, dall’impollinazione, mentre una quota rilevante delle piante selvatiche da fiore ha bisogno degli impollinatori per riprodursi e continuare a svolgere la propria funzione negli equilibri naturali.
Secondo i dati richiamati nei documenti sulla tutela degli impollinatori, più del 40 per cento delle specie di invertebrati impollinatori, in particolare api e farfalle, rischia di scomparire, mentre in Europa il 9,2 per cento delle specie di api risulta minacciato di estinzione. Si stima inoltre che le api domestiche e selvatiche siano responsabili di circa il 70 per cento dell’impollinazione delle specie vegetali viventi sul pianeta e che contribuiscano a circa il 35 per cento della produzione globale di cibo.
Per questa ragione, il World Bee Day 2026 non dovrebbe essere letto come una semplice ricorrenza ambientale, ma come una giornata che riguarda direttamente il cibo, la salute degli ecosistemi, il lavoro agricolo, la biodiversità e la capacità dei territori di generare futuro. Le api non producono soltanto miele, ma contribuiscono alla stabilità dei sistemi viventi e rendono possibile un equilibrio che spesso riusciamo a percepire soltanto quando comincia a indebolirsi.
Quando osserviamo un’ape posarsi su un fiore, vediamo un gesto piccolo, quasi impercettibile, ma dentro quel gesto si svolge una funzione decisiva per la vita delle piante, per la disponibilità di molti alimenti, per la varietà dei paesaggi e per la continuità di relazioni ecologiche che legano suolo, acqua, vegetazione, agricoltura e comunità umane. In questo senso, gli impollinatori possono essere letti anche come parte di un bene comune vivente, perché sostengono condizioni di vita che nessuno produce da solo e dalle quali tutti dipendono.
C’è poi un aspetto più quotidiano, forse persino più egoistico, che dovrebbe farci riflettere. Nelle fiere, nei mercatini, nei negozi specializzati o sugli scaffali dei supermercati andiamo spesso alla ricerca di un miele particolare, magari di acacia, castagno, sulla, agrumi o millefiori, capace di ricordarci un territorio, una stagione o un profumo preciso. Allo stesso modo, scegliamo creme di bellezza, saponi, balsami e preparati naturali che contengono miele, cera d’api, propoli o altri derivati dell’alveare, apprezzandone il valore e l’immagine di naturalità. Eppure, quasi mai ci fermiamo a pensare davvero a chi ha reso possibile tutto questo, al lavoro immenso, silenzioso e organizzato che le api hanno dovuto compiere, fiore dopo fiore, perché quel prodotto arrivasse fino a noi.
Un ecosistema sotto attacco
Oggi anche l’ecosistema della Valle del Garigliano è sottoposto a pressioni crescenti, legate a scelte e comportamenti umani che spesso non tengono conto della fragilità degli equilibri naturali. La perdita di biodiversità, l’impoverimento dei suoli, la riduzione degli habitat naturali, l’uso eccessivo di sostanze chimiche, la semplificazione dei paesaggi agricoli e la scarsa attenzione verso i margini verdi e gli incolti rischiano di indebolire proprio quella rete vivente che rende fertile, riconoscibile e abitabile il territorio.
Molte scelte della moderna agricoltura, come la monocultura, l’eliminazione delle siepi, l’impiego dei fitofarmaci e la frammentazione delle aree naturali, hanno reso l’ambiente più inospitale per molti insetti pronubi. Il declino degli impollinatori selvatici rende ancora più evidente il ruolo dell’Apis mellifera per alcune colture, ma non può indurci a concentrare l’attenzione su una sola specie, perché ciò che va protetto è l’intera rete di insetti, piante, habitat, suoli e pratiche agricole che rende possibile l’impollinazione.
Per questo occorre favorire attività realmente sostenibili, capaci di coniugare produzione agricola, tutela del suolo, protezione delle acque, conservazione della biodiversità e rispetto degli impollinatori. Penso, in particolare, a disciplinari di agricoltura biologica e a pratiche agricole che non prevedano l’uso indiscriminato di pesticidi “spruzzati” nei campi, soprattutto nei periodi più delicati per la fioritura e per la vita degli insetti utili.
Un’agricoltura più attenta non è un ritorno al passato, ma una scelta di futuro. Significa riconoscere che la qualità di un prodotto agricolo non può essere separata dalla qualità dell’ambiente in cui nasce, e che la salute di una valle dipende anche dalla capacità di mantenere vivi i suoi suoli, le sue acque, le sue siepi, i suoi alberi, i suoi fiori spontanei e le sue comunità di insetti impollinatori.
Il rischio di sostituire le api con droni
La cosa che più spaventa è pensare che, mentre si riconosce l’importanza vitale delle api e degli altri impollinatori, si cominci già a parlare di droni miniaturizzati o di soluzioni artificiali pensate per svolgere, almeno in parte, lo stesso compito. È come se l’umanità sapesse perfettamente quanto le api siano indispensabili, ma invece di proteggere con decisione le condizioni che permettono loro di vivere cercasse già la via più corta, più tecnica e apparentemente più semplice per sostituirle.
Questa prospettiva non può essere considerata un vero progresso, perché rischia di spostare il problema dal piano della responsabilità a quello della sostituzione. Sapere che le api sono essenziali e, nello stesso tempo, immaginare di poterle rimpiazzare con dispositivi artificiali mentre continuiamo a deteriorare gli ecosistemi da cui dipendono, non è etica ambientale e non è etica sociale.
La tecnologia può certamente aiutare a monitorare gli alveari, sostenere gli apicoltori e comprendere meglio le minacce che colpiscono gli impollinatori, ma non può diventare l’alibi per continuare a distruggere ciò che poi proviamo a riprodurre artificialmente. Le api non sono macchine biologiche, né possono essere ridotte a strumenti naturali dell’impollinazione. Esse fanno parte di una rete vivente che comprende piante, fiori, suoli, stagioni, acque, paesaggi agricoli, biodiversità spontanea e comunità umane, dentro un equilibrio che nessuna soluzione artificiale può riprodurre nella sua complessità.
Dalla memoria al futuro
Quando penso al World Bee Day 2026, penso alle api che vedevo da bambino nella Valle del Garigliano, mentre si muovevano tra i pescheti, i ciliegi, i mandorli e i fiori spontanei che crescevano tra le erbe. Penso a ciò che sembrava eterno e che oggi sappiamo essere fragile, ma penso anche alla responsabilità che abbiamo verso chi verrà dopo di noi.
In questo ritorno della memoria riaffiora anche un altro frammento, legato agli anni Ottanta, quando ascoltavo “Piccola rapsodia dell’ape” de Le Orme, album pubblicato nel 1980 e segnato da una forte atmosfera strumentale, cameristica e quasi folk. Allora quel titolo poteva apparire soprattutto come una suggestione musicale, poetica e immaginativa, mentre oggi mi sembra assumere un significato diverso, perché l’ape non richiama soltanto un mondo di musica, danza e febbrile attività, ma diventa anche il simbolo di una relazione vivente che rischiamo di perdere proprio mentre ne riconosciamo l’importanza.
Il World Bee Day 2026 non è soltanto la giornata delle api, ma una giornata per ricordare che persone e pianeta non sono realtà separate. La biodiversità è parte della nostra identità, mentre le api rappresentano una piccola ma decisiva infrastruttura vivente del mondo, senza la quale anche la nostra idea di progresso rischia di diventare più povera, più fragile e meno umana.
Da una valle attraversata da un fiume, da campi, frutteti, paesi e memorie, può partire una consapevolezza semplice ma profonda. Non possiamo continuare a distruggere ciò da cui dipendiamo e poi pensare di sostituirlo con una soluzione artificiale, perché il futuro non si costruisce rimpiazzando la vita, ma imparando finalmente a custodirla come bene comune, fragile e indispensabile, affidato alla responsabilità di ciascuno e alla cura delle comunità.
Le api ci chiedono questo, non di celebrarle per un giorno, ma di rendere di nuovo abitabile il mondo che condividiamo con loro.

