di Oliviero Casale
In India una protesta nata dalla crisi degli esami pubblici ha trasformato una parola percepita come sprezzante in un’identità collettiva, costringendo le istituzioni a reagire. Ma il Cockroach Janta Party pone una domanda che va oltre l’India: quando qualcosa non funziona, siamo ancora capaci di non rassegnarci?
Dovremmo voler essere tutti degli scarafaggi?
La domanda sembra provocatoria. Nella lingua comune lo scarafaggio è associato a qualcosa di sporco, indesiderato, da allontanare. Trasferita agli esseri umani, la parola diventa degradante. Ma forse già qui c’è un errore: lo scarafaggio, come animale, non ha alcuna responsabilità per il significato che gli abbiamo attribuito. Molte specie vivono lontano dalle nostre case e svolgono funzioni negli ecosistemi, dalla decomposizione della materia organica al riciclo dei nutrienti.
È curioso che proprio nell’India del 2026 lo “scarafaggio” sia diventato il simbolo di una delle mobilitazioni giovanili più sorprendenti degli ultimi mesi.
Gli “scarafaggi” dell’India
Il nome è Cockroach Janta Party, il “Partito del popolo degli scarafaggi”. Non è, almeno per ora, un partito tradizionale. È un movimento cresciuto attorno alla protesta degli studenti dopo lo scandalo del NEET-UG 2026, l’esame nazionale di accesso agli studi medici.
Il 12 maggio la National Testing Agency ha cancellato la prova dopo che informazioni degli organismi investigativi avevano messo in dubbio l’integrità dell’esame. Il caso è passato alla Central Bureau of Investigation e le successive indagini hanno portato ad accuse contro più persone. Le responsabilità penali dovranno essere accertate dai giudici, ma per migliaia di giovani il danno era già evidente.
Un esame pubblico non è soltanto una serie di domande. È una promessa: che chi studia e compete secondo le regole abbia almeno una possibilità. Se quella promessa viene meno, non si rompe soltanto una procedura. Si incrina la fiducia nelle istituzioni.
Da insulto a identità
La storia del nome, però, è più complessa di quanto sembrasse.
Il movimento si è sviluppato attorno alla percezione che alcune parole del Chief Justice of India, Surya Kant, avessero assimilato giovani marginalizzati o disoccupati a “cockroaches”. L’espressione, rilanciata sui social e trasformata in simbolo dall’attivista Abhijeet Dipke, ha prodotto un rovesciamento efficace: se ci considerate scarafaggi, allora saremo gli scarafaggi.
Successivamente il Chief Justice ha sostenuto che quelle parole fossero state estrapolate dal contesto e che il riferimento riguardasse persone con qualifiche professionali fraudolente, non i giovani disoccupati. La controversia è arrivata fino alla Corte Suprema.
Questa precisazione non indebolisce la storia. Per certi versi la rende ancora più interessante.
Come può una frase dal significato contestato diventare, in poche settimane, il nome e il simbolo di una mobilitazione nazionale?
Nella società digitale una parola può essere estratta dal contesto, reinterpretata, amplificata e trasformata in identità collettiva con una velocità che rende difficile capire dove finisca la reazione spontanea e dove cominci la costruzione di una narrazione. Non abbiamo elementi per dare una risposta definitiva. Ma resta un fatto: quella parola ha trovato un terreno pronto ad accoglierla.
Gli studenti non hanno inventato il disagio. Hanno riconosciuto nello “scarafaggio” la sensazione di essere numeri, candidati sostituibili, persone delle quali ci si accorge soprattutto quando protestano.
Quando la protesta produce effetti
Il 25 luglio il Presidente dell’India ha accettato le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan. Il Governo ha poi costituito una task force sulle riforme degli esami, presieduta da Nandan Nilekani. Il Parlamento ha rafforzato la legislazione contro gli illeciti nelle selezioni pubbliche e la CBI ha proseguito le indagini.
Non sono hashtag. Sono conseguenze istituzionali.
Non significa che ogni decisione sia stata provocata soltanto dal Cockroach Janta Party, né che il movimento abbia ottenuto tutto ciò che chiedeva. Significa però che una protesta inizialmente considerata marginale è diventata abbastanza forte da obbligare le istituzioni a rispondere.
Nella mobilitazione sono comparsi anche strumenti che richiamano la tradizione gandhiana: sit-in, digiuni, azioni simboliche e occupazione pacifica dello spazio pubblico. Ma sarebbe sbagliato idealizzarla.
Un’ordinanza della Corte Suprema del 28 luglio registra accuse sull’uso della forza da parte della polizia e, dall’altra parte, contestazioni su episodi di violenza durante le manifestazioni. La Corte ha chiesto la conservazione di filmati e altre prove.
Gli “scarafaggi” non hanno bisogno di diventare santi per essere politicamente interessanti.
Il problema non è più soltanto il NEET
Dopo le dimissioni di Pradhan il movimento non si è sciolto. Dipke ha dichiarato di volerlo mantenere, almeno per ora, come gruppo di pressione nazionale. L’agenda si allarga: disoccupazione giovanile, qualità dell’istruzione, trasparenza dei concorsi, accesso alle professioni, condizioni delle scuole e diritto al dissenso.
Qui comincia però la fase più difficile. Alcuni attivisti hanno contestato la formazione del gruppo dirigente, denunciando scarsa partecipazione e favoritismi. Sono accuse da verificare, ma pongono una domanda inevitabile: un movimento che chiede trasparenza alle istituzioni saprà applicarla anche a sé stesso?
La protesta può nascere rapidamente. La governance viene dopo.
Gli scarafaggi non sono interessanti perché sarebbero perfetti, ma perché costringono qualcuno a guardare ciò che sarebbe più comodo ignorare.
Dovremmo voler essere tutti scarafaggi?
Se essere uno scarafaggio significa accettare una definizione degradante, evidentemente no.
Se invece significa non accettare di diventare invisibili, continuare a fare domande, organizzarsi quando da soli non si viene ascoltati, chiedere prove quando arrivano soltanto rassicurazioni e pretendere che chi esercita il potere renda conto delle proprie decisioni, allora la risposta cambia.
Il contrario dello scarafaggio, in questa storia, non è il potente.
È il cittadino rassegnato.
Una democrazia non vive grazie alle sole istituzioni. Vive grazie a cittadini disposti a ricordare alle istituzioni perché esistono.
C’è forse un’altra espressione: democrazia istituente. Non solo partecipare a decisioni già predisposte, ma conservare la capacità di interrogare istituzioni, regole e responsabilità e, quando non funzionano, contribuire a modificarle. Gli “scarafaggi” indiani non hanno chiesto soltanto ascolto: hanno contestato un sistema e contribuito a farlo reagire.
Questo non significa che chi protesta abbia sempre ragione. Significa però che una democrazia resta viva anche quando i cittadini possono mettere in discussione ciò che sembra già deciso.
Non è una scelta facile. È complessa, ma necessaria. È difficile non pensare, a questo punto, a Gianrico Carofiglio che nel suo recente Accendere i fuochi. Manuale di lotta e gentilezza invita a non confondere la cittadinanza con l’eroismo: «Non servono eroi, solo persone che scelgono, ogni giorno, di non cedere all’indifferenza». Forse è anche questo il punto degli “scarafaggi”: non eroi, ma persone che decidono di non voltarsi dall’altra parte.
Forse essere “scarafaggi” significa anche questo: non accettare di diventare invisibili e chiedere alle istituzioni di cambiare quando non riescono a rispondere.
Nel 2026 non dovrebbe essere necessario trasformarsi in “scarafaggi” per ottenere un esame credibile, chiedere trasparenza o pretendere responsabilità politica. Eppure accade ancora.
Dovremmo allora voler essere tutti degli scarafaggi?
Forse sì, se significa essere cittadini che rifiutano di scomparire quando qualcosa non funziona.
Il problema non è che gli “scarafaggi” esistano ancora. È che, purtroppo, servono ancora. E, finché serviranno, dovremmo preoccuparci meno di come chiamarli e di più della nostra disponibilità a diventarlo quando le istituzioni smettono di ascoltare.
Fonti istituzionali essenziali
• National Testing Agency – Press Release NEET (UG) 2026, 12 maggio 2026
• President of India – Press Communiqué, 25 luglio 2026
• Press Information Bureau / Prime Minister’s Office – Task force sugli esami, 26 luglio 2026
• Supreme Court of India – Order, 28 luglio 2026
Riferimento culturale: Gianrico Carofiglio, Accendere i fuochi. Manuale di lotta e gentilezza, Mondadori, 2026.

