di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano
Oggi è Pasqua e mi torna alla mente con particolare intensità l’immagine degli astronauti di Artemis II mentre guardano la Terra da lassù, nel tempo sospeso di una missione che, fin dall’inizio, non prevedeva l’allunaggio ma il sorvolo della Luna e il ritorno. Proprio questo limite programmato, che esclude la discesa e la conquista, finisce per rendere ancora più eloquente il significato del viaggio, perché lascia al centro non il gesto del possesso ma quello dello sguardo. Gli astronauti non sono stati mandati sulla Luna per abitarla, ma per attraversare una distanza e, in quella distanza, vedere diversamente anche noi, la Terra, la nostra condizione umana.
Il punto più umano di tutta questa missione non sta nemmeno nella straordinarietà del volo, ma in ciò che gli astronauti stessi stanno dicendo.
Il pilota Victor Glover, parlando dalla capsula Orion, ha rivolto alla Terra parole di una semplicità impressionante: da quassù siete bellissimi e tutti uguali, siamo tutti un unico popolo. È una frase che mi colpisce profondamente, proprio perché non nasce da una teoria, da un convegno o da una formula diplomatica, ma da uno sguardo. Da lassù la Terra non appare come una somma di confini, di interessi, di rivalità, di nazionalismi e di guerre, ma come una casa comune sospesa nel buio, fragile e bellissima, una realtà unitaria che chiede di essere custodita. E non è difficile capire perché le fotografie diffuse in queste ore vengano commentate quasi sempre allo stesso modo, perché tutti dicono che la Terra è bella.

Da qui nasce per me la domanda più difficile.
Se da quella distanza il nostro pianeta appare così bello, così indiviso, così degno di meraviglia, allora il contrasto con ciò che accade quaggiù diventa ancora più duro da sostenere. Abbiamo bisogno di allontanarci dalla Terra per ricordarci quanto sia preziosa e abbiamo bisogno di guardarla da centinaia di migliaia di chilometri di distanza per riconoscere ciò che, stando dentro la cronaca quotidiana, dimentichiamo con un’inquietante facilità. La vediamo da lassù e diciamo che è meravigliosa, la abitiamo quaggiù e continuiamo a insanguinarla. La contempliamo come un miracolo di armonia e intanto la trasformiamo ogni giorno in un luogo di guerra, di umiliazione, di vendetta, di distruzione, di indifferenza.
La bellezza, però, non si lascia dire fino in fondo se resta soltanto consegnata all’immagine grandiosa della Terra o della Luna viste da vicino e da lontano.
C’è una bellezza più prossima, più umile, più terrestre, che non ha nulla di spettacolare e che proprio per questo custodisce una verità particolare. Penso a un cardo nelle campagne della Valle del Garigliano, a quella sua presenza selvatica, aspra solo in apparenza, capace invece di rivelare nei colori, nelle forme e nel suo stare quasi ai margini dei campi una bellezza inattesa.

Mi colpisce che la stessa parola possa dire la Luna osservata da vicino e un semplice cardo incontrato lungo un sentiero, come se il creato, nelle sue forme più alte e in quelle più minute, chiedesse sempre la stessa cosa, cioè di essere riconosciuto, custodito, amato. Anche la speranza, in fondo, vive così, non solo nelle grandi visioni che ci sorprendono, ma nelle piccole cose che resistono, fioriscono e parlano silenziosamente accanto a noi.
Nel giorno di Pasqua tutta questa scena mi appare carica di un significato più profondo.
Non perché si debbano forzare le immagini della cronaca dentro un linguaggio religioso, ma perché la Pasqua, più di ogni altra festa cristiana, ci costringe a misurarci con il rapporto tra buio e luce, tra ferita e speranza, tra morte e vita. In un tempo in cui le guerre devastano popoli e famiglie, in cui la violenza colpisce i più deboli, in cui tante persone vivono segnate dalla povertà, dalla malattia, dalla solitudine e dall’emarginazione, la fede pasquale non invita a evadere dalla storia, ma a guardarla nella sua durezza senza accettare che il male diventi normale. È questo, in fondo, uno dei punti più forti del recente messaggio pasquale della Cei firmato dal Cardinale Matteo Maria Zuppi e Giuseppe Baturi, nel quale si afferma che non possiamo permettere che la durezza vinca sulla compassione, che l’indifferenza prenda il posto della fraternità e che il buio venga trattato come la forma inevitabile del mondo. Al contrario, siamo chiamati a scegliere la luce, a custodire la vita, a prenderci cura gli uni degli altri e a essere segni di pace.
L’immagine di Artemis II, proprio oggi, può davvero diventare un augurio di speranza.
Non una speranza ingenua, che ignori la tragedia del presente, ma quella speranza di cui Papa Francesco ha parlato con parole così limpide nella Spes non confundit, ricordando che tutti sperano e che nel cuore di ogni persona la speranza rimane come desiderio e attesa del bene, pur nell’incertezza del domani. È un’affermazione che non elimina il peso del tempo che viviamo, ma impedisce di consegnarci allo scetticismo e alla rassegnazione. Qui la Pasqua ritrova la sua verità più alta, non nell’illusione che il male non esista, ma nella certezza che esso non abbia l’ultima parola.
Pensando al magistero di Papa Francesco, al pensiero del Cardinale Matteo Maria Zuppi e alle parole più recenti di Papa Leone XIV, riconosco una consonanza profonda. Tutti, pur con accenti diversi, insistono sul fatto che la pace non si costruisce soltanto nei grandi tavoli della storia, ma dentro la trama concreta delle relazioni umane. Zuppi continua a ricordarci che la pace non nasce dal riarmo ma dal ri-dialogo e che la nostra pace non è mai puro benessere individuale, perché è sempre relazione. Leone XIV, da parte sua, ha richiamato con forza il compito di promuovere riconciliazione e generare comunione, fino a diventare costruttori di unità e di pace anche nelle famiglie, nelle comunità, nei legami feriti e nei conflitti ordinari dell’esistenza. Papa Francesco, ancora prima, aveva indicato un criterio tanto semplice quanto esigente, augurandosi che siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo nei rapporti interpersonali, sociali e internazionali. Tutto questo dice una cosa essenziale, cioè che la pace non è soltanto una parola da invocare, ma una forma della vita da praticare.
Va detto con chiarezza che questo riguarda anche il modo in cui organizziamo la convivenza economica. Non esiste pace duratura là dove l’economia continua a produrre scarto, disuguaglianza, sfruttamento e marginalità. Se davvero la Terra vista da lassù appare come una casa comune affidata a tutti, allora anche l’economia deve tornare a misurarsi con il bene comune, cioè con la dignità delle persone, con la giustizia delle relazioni, con la tutela dei più fragili e con una responsabilità che non separi il benessere di alcuni dal destino di tutti. Una economia del bene comune non è una formula astratta, ma il contrario di un sistema che considera normali la povertà di molti, l’accumulo di pochi e l’indifferenza verso le conseguenze sociali e ambientali delle proprie scelte. Anche qui la pace si gioca più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Il senso più vero di questa Pasqua, oggi, non può limitarsi a una formula devota, perché mi sembra piuttosto che ci consegni un compito, che è quello di non restare spettatori del male, di non abituarci alla durezza, di non lasciare che la guerra diventi un rumore di fondo e di non smettere di credere che la fraternità sia possibile. Se davvero, come ha detto Victor Glover, da quassù siamo bellissimi e tutti uguali, allora questa bellezza non può restare soltanto un’emozione da commentare sotto una fotografia, ma deve diventare responsabilità, cura, conversione dello sguardo e scelta quotidiana di pace.
Qui sento convergere con particolare forza il magistero di Papa Francesco, il pensiero del Cardinale Matteo Maria Zuppi e le parole di Papa Leone XIV, perché tutti, in modi diversi ma profondamente concordi, richiamano la necessità di essere costruttori di pace. Francesco lo ha fatto indicando nella carità e nella nonviolenza il criterio dei rapporti interpersonali, sociali e internazionali. Zuppi continua a ricordare che la pace si costruisce nel dialogo, nella relazione e nella capacità di non considerare mai l’altro come un nemico definitivo. Leone XIV, a sua volta, ha richiamato con forza il compito di promuovere riconciliazione e generare comunione, fino a diventare costruttori di unità e di pace anche dentro le famiglie, le comunità, i legami feriti e i conflitti ordinari della vita. Ne deriva che la pace non nasce soltanto dalle grandi decisioni della storia, ma anche dalle piccole cose quotidiane, dal modo in cui parliamo, ascoltiamo, perdoniamo, condividiamo, serviamo e ricuciamo ciò che si è spezzato.
A questo punto torna alla mente anche Ungaretti.
M’illumino d’immenso non dice semplicemente uno stupore davanti alla luce del mattino, ma racchiude in pochissime parole il desiderio umano di essere raggiunti da qualcosa che supera la misura del nostro io e dei nostri confini. C’è in quel verso una rinascita, un’apertura, un orizzonte che si spalanca.
Oggi, davanti alla Terra vista da Orion, davanti alla Pasqua del Risorto e perfino davanti alla bellezza semplice di un cardo nelle campagne della Valle del Garigliano, sento che quella illuminazione non appartiene solo alla poesia, ma a una possibilità ancora viva della nostra coscienza, che è quella di lasciarci toccare dalla bellezza senza consumarla, di riconoscere l’immenso senza smettere di custodire il piccolo e di vedere nella luce non una fuga dal mondo ma un modo nuovo di abitarlo.
Alla fine, l’augurio di speranza che oggi, Pasqua 2026, si può ricevere guardando verso la Luna e tornando poi con gli occhi sulla Terra sta forse tutto qui.
Imparare a non separare mai la luce dalla fraternità, la fede dalla giustizia e la speranza dalla responsabilità, non rassegnarsi a un mondo ferito come se fosse l’unico possibile e diventare, nel piccolo e nel grande, nelle parole e nelle opere, nelle relazioni vicine e nelle scelte pubbliche, costruttori di pace.
La Terra è davvero bella, ma la sua bellezza chiede di essere onorata, e la Pasqua comincia proprio qui, nel momento in cui ciò che contempliamo da lontano torna a diventare, per noi, un compito da vivere da vicino.
Oliviero Casale, dalla Valle del Garigliano, riflette sul significato della speranza nel giorno di Pasqua, prendendo spunto dal viaggio di Artemis II attorno alla Luna e mettendo in dialogo questa immagine con il magistero di Papa Francesco, il pensiero di Matteo Maria Zuppi, le parole di Papa Leone XIV e l’urgenza di una fraternità capace di farsi pace concreta in un tempo ferito dalla guerra.

