Oggi: 03 Set, 2026
Patto per il Futuro di Oliviero Casale
Patto per il Futuro di Oliviero Casale

Il Patto sul futuro e la fatica del mondo di restare insieme

5 mesi fa

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di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano

Ci sono stagioni in cui la cooperazione internazionale sembra un principio scontato, quasi un riflesso automatico delle grandi istituzioni nate nel Novecento. E poi ci sono momenti, come quello che stiamo vivendo, in cui quella stessa cooperazione appare improvvisamente fragile, contestata, lenta, perfino inadeguata rispetto alla rapidità con cui si moltiplicano le crisi. Il Patto sul futuro approvato dalle Nazioni Unite nel settembre 2024 si colloca dentro questa frattura del nostro tempo. Non nasce dall’illusione che il multilateralismo stia bene, ma dal riconoscimento opposto, cioè che senza una nuova spinta collettiva il sistema internazionale rischia di perdere credibilità proprio mentre il mondo avrebbe più bisogno di regole condivise, risorse comuni e decisioni capaci di guardare oltre l’emergenza.

Il senso profondo del Patto è tutto qui. Non è un testo che promette miracoli, né un documento che possa da solo correggere gli squilibri accumulati negli ultimi decenni. È piuttosto il segno di una presa d’atto. Le grandi sfide globali non possono essere vinte in ordine sparso. Il clima, il debito, le guerre, la povertà, le disuguaglianze, le trasformazioni tecnologiche e il potere crescente dell’intelligenza artificiale non sono questioni separate, da affrontare una per una in stanze diverse. Sono problemi che si sovrappongono, si alimentano a vicenda, producono effetti che attraversano confini, economie e generazioni. Per questo le Nazioni Unite hanno provato a costruire un documento che tenesse insieme questi piani, ricucendo almeno sul terreno politico quello che nella realtà appare sempre più frammentato.

Il Pact for the Future, adottato con la risoluzione A/RES/79/1 dell’Assemblea Generale, è formalmente una risoluzione ONU e sostanzialmente un grande testo politico-programmatico, non vincolante, che raccoglie 56 azioni e si accompagna a due allegati, il Global Digital Compact e la Declaration on Future Generations. Il documento insiste su un punto che oggi appare quasi ovvio, ma che nella pratica internazionale è tutt’altro che semplice da tradurre in decisioni efficaci. Sviluppo sostenibile, pace e sicurezza, diritti umani e cooperazione internazionale non possono più essere trattati come capitoli separati, perché la loro sorte è ormai intrecciata.

È anche per questo che il Patto si presenta come un tentativo di riportare il multilateralismo al centro della scena, non come formula astratta o rituale diplomatica, ma come necessità concreta. Il documento parte dalla constatazione che il sistema internazionale è stato costruito per un altro mondo, meno interdipendente di quello attuale e meno esposto a crisi simultanee. Oggi, invece, la sensazione dominante è che le istituzioni corrano sempre un passo dietro agli eventi. Da una parte ci sono i problemi globali, che accelerano, dall’altra ci sono meccanismi decisionali che faticano a trovare convergenze, a mobilitare risorse, a rappresentare in modo equilibrato i diversi interessi in campo. Il Patto prova allora a rispondere non solo con una lista di obiettivi, ma con una visione, quella di un ordine multilaterale che torni a essere credibile proprio perché più capace di adattarsi al presente e più orientato alla tutela del bene comune su scala globale.

La parte dedicata allo sviluppo sostenibile è forse quella che più chiaramente mostra questa ambizione. Il testo riafferma che l’Agenda 2030 resta il riferimento comune, anche se il ritardo sul raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile è ormai evidente. La povertà, la fame, le disuguaglianze e la vulnerabilità climatica non vengono trattate come emergenze isolate, ma come il segno di un fallimento più ampio nel garantire dignità, opportunità e sicurezza a una larga parte della popolazione mondiale. Da qui il richiamo insistito alla necessità di colmare il divario di finanziamento per gli SDGs, di rendere più giusta l’architettura finanziaria internazionale, di mobilitare più risorse per i Paesi in via di sviluppo e di rendere meno iniqui i meccanismi del debito e dell’accesso ai capitali.

Il clima occupa ovviamente uno spazio centrale. Il Patto conferma il riferimento all’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, richiama la necessità di accelerare la transizione energetica e riprende gli orientamenti emersi nei negoziati climatici più recenti, compreso l’impegno ad aumentare le energie rinnovabili e a migliorare l’efficienza energetica. Non c’è, in queste formulazioni, una svolta giuridica immediata, ma c’è la volontà di saldare ancora più strettamente la questione climatica con quella dello sviluppo e della giustizia globale, cioè con il tema di chi paga i costi della transizione e di chi rischia di restarne escluso.

Accanto a questi temi, il Patto porta nel cuore dell’agenda multilaterale anche una questione che fino a poco tempo fa restava spesso ai margini delle grandi dichiarazioni internazionali, il governo della trasformazione digitale. Il Global Digital Compact segna da questo punto di vista una novità significativa, perché tratta il digitale non come semplice materia tecnica, ma come uno spazio politico, economico e sociale in cui si misurano nuovi squilibri di potere. Il testo parla di accesso universale alla connettività, di sicurezza nello spazio online, di diritti, di dati, di inclusione nell’economia digitale e, soprattutto, di governance dell’intelligenza artificiale. L’idea che emerge è che l’innovazione, lasciata interamente alla logica del mercato o alla competizione geopolitica, rischi di ampliare le disuguaglianze invece di ridurle. Per questo il Patto cerca di fissare un principio elementare ma decisivo. La tecnologia deve servire l’umanità, non accentuare le fratture esistenti.

Non meno significativa è la Declaration on Future Generations, che introduce nel quadro multilaterale una domanda spesso evocata ma raramente tradotta in impegno politico esplicito, quale responsabilità hanno le decisioni di oggi verso chi verrà dopo. In un’epoca dominata dall’urgenza del presente, dalla pressione delle crisi e dalla tendenza delle politiche pubbliche a muoversi sul breve periodo, l’idea di riconoscere un peso alle generazioni future assume un valore che va oltre la formula simbolica. Vuol dire riconoscere che il futuro non è una periferia del discorso pubblico, ma il luogo in cui si accumulano gli effetti di ciò che oggi viene scelto, rinviato o ignorato. Che si tratti di ambiente, finanza, tecnologia o diritti, il messaggio è chiaro. Governare il presente senza assumersi una responsabilità verso il domani non è più sostenibile.

Naturalmente, tutto questo non basta a sciogliere i nodi che frenano il sistema internazionale. Il Patto non è un trattato, non impone obblighi giuridici immediati, non crea sanzioni, non garantisce da solo l’attuazione degli impegni. È, appunto, una decisione non vincolante, e questo resta un limite strutturale che non va mai rimosso. Ma sarebbe un errore considerarlo solo da questo punto di vista, come se il valore dei documenti internazionali dipendesse esclusivamente dalla loro cogenza giuridica. Nella storia del multilateralismo, testi di questo tipo hanno spesso svolto una funzione importante proprio perché hanno contribuito a orientare il linguaggio comune, a fissare priorità, a costruire consenso attorno a obiettivi che in una fase successiva possono tradursi in negoziati più stringenti, in politiche nazionali, in strumenti finanziari o in nuovi standard internazionali. Anche la soft law, quando riesce a intercettare un bisogno reale di coordinamento, può lasciare tracce profonde.

Il Patto sul futuro sembra allora valere soprattutto come termometro di un’epoca e, insieme, come tentativo di non subirla passivamente. Dice che il mondo ha compreso di non poter più affidarsi all’inerzia delle istituzioni esistenti, ma non ha ancora trovato una forma pienamente efficace per sostituirla. Dice che le Nazioni Unite restano il luogo inevitabile in cui queste tensioni si manifestano, anche quando non riescono a tradursi subito in decisioni risolutive. Dice infine che il multilateralismo, per quanto logorato, continua a essere l’unico spazio in cui una pluralità di Stati e di attori può ancora provare a definire interessi condivisi su scala globale.

In fondo, il valore del Patto sta qui, non nell’aver risolto le crisi del nostro tempo, ma nell’aver riconosciuto che nessuna di esse può essere affrontata davvero senza cooperazione. In una fase segnata dalla tentazione del ripiegamento nazionale, dalla sfiducia nelle istituzioni comuni e dalla frammentazione degli interessi, questo riconoscimento è già, di per sé, un fatto politico importante. Resta da vedere se saprà diventare anche qualcosa di più, un orientamento capace di incidere sulle politiche, sugli investimenti, sulle priorità internazionali e sul modo in cui gli Stati scelgono di guardare al futuro. Per ora, il Patto resta soprattutto una promessa. Ma è una promessa che nasce da una consapevolezza difficile da aggirare. Il mondo può ancora dividersi su quasi tutto, tranne sul fatto che le grandi sfide del secolo non si vincono da soli.

E forse è proprio qui che il testo rivela il suo significato più attuale. In un contesto segnato da shock ricorrenti, instabilità sistemiche e transizioni non lineari, il vero banco di prova delle istituzioni internazionali non è solo la resilienza, ma una forma più esigente di antifragilità, cioè la capacità di apprendere dalle crisi, di riorganizzarsi e di uscire dai passaggi più difficili non semplicemente indenni, ma migliori, più consapevoli e più adatte a governare il mondo che cambia.

Da soli si può forse resistere, ma solo insieme si può immaginare un futuro che abbia davvero la forma del bene comune.

Oliviero Casale dalla Valle del Garigliano discute il Patto per il futuro dell’ONU, che prova a rilanciare il multilateralismo di fronte a crisi climatiche, disuguaglianze e trasformazioni tecnologiche, puntando su sviluppo sostenibile, giovani generazioni, intelligenza artificiale e nuovi indicatori per andare oltre il Pil.

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