Oggi: 03 Set, 2026
Bene Comune e Comunità Energetiche
Bene Comune e Comunità Energetiche

Bene Comune e comunità energetiche

4 mesi fa

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di Oliviero Casale, consigliere Fondazione Communia – Rete Nazionale Permanente per i Beni Comuni

Le CERS come risposta sociale alla transizione giusta

Nel dibattito italiano sull’energia si parla spesso di grandi infrastrutture, di nuove tecnologie, di sicurezza nazionale, di decarbonizzazione, di indipendenza energetica e, oggi, anche di una delega del Governo sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, mentre si tende a dedicare minore attenzione a un’altra dimensione, forse meno appariscente ma certamente decisiva, che riguarda il modo in cui l’energia può tornare a essere una questione di comunità, partecipazione, responsabilità locale e giustizia sociale. È proprio in questa direzione che si collocano le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali, le CERS, che non dovrebbero essere considerate soltanto uno strumento tecnico per produrre e condividere energia rinnovabile, ma una possibile infrastruttura sociale della transizione ecologica, capace di collegare produzione distribuita, benefici territoriali, contrasto alla povertà energetica e rafforzamento dei legami comunitari.

Una Comunità Energetica Rinnovabile nasce quando cittadini, piccole e medie imprese, enti territoriali, autorità locali, cooperative, enti religiosi, enti del terzo settore, enti di ricerca e soggetti di protezione ambientale si aggregano per condividere energia elettrica prodotta da impianti alimentati da fonti rinnovabili, all’interno di un determinato perimetro geografico e attraverso la rete elettrica nazionale, che consente la cosiddetta condivisione virtuale dell’energia. La Comunità Energetica Rinnovabile e Solidale aggiunge a questa struttura una dimensione ulteriore, perché non limita il proprio orizzonte alla produzione di benefici economici e ambientali, ma orienta una parte del valore generato verso finalità sociali, contrasto della povertà energetica, inclusione dei soggetti vulnerabili e rafforzamento della coesione territoriale.

Questa distinzione è decisiva, perché una comunità energetica può certamente ridurre costi, emissioni e dipendenza dai fornitori esterni, ma una Comunità Energetica Rinnovabile e Solidale può diventare anche uno strumento di welfare locale, nella misura in cui prova a trasformare l’energia da semplice merce a bene condiviso, da costo individuale a leva di cooperazione, da fattore di dipendenza a occasione di capacitazione collettiva.

I numeri del MASE e la cornice nazionale

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha presentato le Comunità Energetiche come uno strumento per dare “nuova energia all’Italia”, collegandole agli obiettivi di decarbonizzazione al 2030, alla sicurezza energetica nazionale e alla valorizzazione dei territori. La documentazione ministeriale chiarisce che le CER nascono per fornire benefici ambientali, economici e sociali ai membri della comunità e possono essere costituite da cittadini, enti locali, associazioni, condomini, terzo settore, cooperative, enti religiosi e piccole e medie imprese.

La cornice economica è particolarmente rilevante, perché il MASE prevede una tariffa incentivante sull’energia condivisa, rivolta a tutto il territorio nazionale, con una potenza massima agevolabile pari a 5 GW entro il 31 dicembre 2027. Per i Comuni sotto i 5.000 abitanti è previsto anche un contributo a fondo perduto fino al 40 per cento dell’investimento, con risorse PNRR pari a 2,2 miliardi di euro e una potenza agevolabile di almeno 2 GW fino al 30 giugno 2026. La tariffa incentivante viene riconosciuta per 20 anni sulla quota di energia elettrica condivisa e gli impianti ammessi devono avere potenza non superiore a 1 MW.

Questi dati dimostrano che le comunità energetiche non sono una suggestione marginale, né una semplice sperimentazione locale da citare nei convegni, ma una componente ormai collocata dentro una cornice istituzionale, regolatoria e finanziaria importante. Proprio per questo, tuttavia, non basta richiamarle nei documenti programmatici o nelle dichiarazioni pubbliche, perché occorre farle nascere davvero, renderle accessibili, accompagnarle con competenze adeguate e impedire che diventino un’opportunità riservata soltanto a chi dispone già di capitale, tetti, immobili, consulenti, capacità amministrativa e strumenti progettuali.

Energia come diritto e non solo come merce

Una delle prospettive più utili per comprendere il valore delle CERS è quella che interpreta l’accesso all’energia come un nuovo rischio sociale, legato alla mercificazione dell’energia, alla volatilità dei prezzi, alla progressiva riduzione delle tutele, alla povertà energetica, alla qualità dei consumi e alla necessità di rendere la transizione ecologica non solo tecnicamente possibile, ma anche socialmente sostenibile. In questo quadro, le comunità energetiche possono svolgere quattro funzioni fondamentali, che riguardano l’assicurazione rispetto alle fluttuazioni dei mercati, la redistribuzione dei benefici, la prevenzione e la capacitazione attraverso una maggiore consapevolezza dei consumi, e la demercificazione attraverso forme di relazione e condivisione che non si esauriscono nella contabilità monetaria dell’energia.

Questa visione è particolarmente rilevante perché impedisce di ridurre le CERS a una formula amministrativa, a una procedura di accesso agli incentivi o a un semplice schema di autoconsumo virtuale. L’energia non viene più trattata soltanto come un bene da acquistare, ma come una risorsa da governare insieme, mentre la comunità energetica, se ben progettata, può diventare un luogo nel quale i cittadini non restano consumatori passivi, ma assumono un ruolo attivo nella produzione, nel consumo, nella condivisione, nel risparmio e nell’uso consapevole dell’energia.

La dimensione solidale serve proprio a evitare un rischio che non va sottovalutato, perché anche le comunità possono diventare chiuse, autoreferenziali o selettive, se aggregano soltanto soggetti già forti e già capaci di cogliere i benefici della transizione. Per questo occorre lavorare su una comunità mite, inclusiva e aperta, orientata al bene comune e alla solidarietà tra diversi, non a una solidarietà ristretta tra uguali.

Un potenziale ancora da realizzare

Il quadro europeo mostra che il potenziale delle comunità energetiche resta ancora ampiamente sotto-utilizzato. La Relazione speciale 10/2026 della Corte dei conti europea, intitolata “Comunità energetiche. Un potenziale ancora da sfruttare”, ricorda che l’Unione europea punta ad arrivare almeno al 42,5 per cento di energia da fonti rinnovabili entro il 2030, rispetto al 25,4 per cento del 2024, e che la Commissione europea aveva stimato che, entro il 2050, metà dei cittadini dell’UE potrebbe produrre fino al 50 per cento delle energie rinnovabili dell’Unione.

La stessa Corte dei conti europea rileva però un forte scarto tra ambizione e realtà, perché l’obiettivo di avere almeno una comunità energetica rinnovabile in ogni Comune con più di 10.000 abitanti entro il 2025 appare difficilmente raggiungibile, dato che nel gennaio 2025 l’UE era arrivata soltanto al 27 per cento di tale obiettivo. La Corte segnala inoltre confusione definitoria, monitoraggio insufficiente, ritardi nelle connessioni alla rete, difficoltà di coinvolgimento dei cittadini e debole inclusione delle famiglie vulnerabili.

Questi elementi sono importanti anche per l’Italia, perché la questione non consiste soltanto nell’introdurre incentivi o nel pubblicare guide operative, ma nel creare condizioni reali di attivazione. Servono sportelli territoriali, competenze tecniche, strumenti giuridici chiari, modelli economico-finanziari sostenibili, procedure comprensibili, supporto ai piccoli Comuni, semplificazione amministrativa e capacità di accompagnare cittadini e amministrazioni nella fase più difficile, cioè quella in cui l’idea deve diventare progetto, statuto, impianto, domanda al Gestore dei Servizi Energetici, governance e rendicontazione dei benefici.

Il nuovo orientamento europeo su comunità energetiche e autoconsumo

Un ulteriore rafforzamento del ruolo delle comunità energetiche arriva dalla Raccomandazione della Commissione europea del 30 aprile 2026, “on supporting the development of energy communities and maximising the potential of self-consumption”. Il documento considera le comunità energetiche, l’autoconsumo e la condivisione dell’energia come componenti necessarie di una transizione più accessibile, partecipata e radicata nei territori.

La Commissione collega questi strumenti alla possibilità di affrontare la volatilità dei prezzi dell’energia, accelerare la diffusione delle fonti rinnovabili, stimolare investimenti locali e migliorare la flessibilità del sistema elettrico. In questa prospettiva, cittadini, piccole imprese e autorità locali non restano semplici consumatori, ma possono diventare protagonisti della produzione, gestione, condivisione e consumo dell’energia. La Raccomandazione richiama anche l’obiettivo politico della Strategia solare europea, che puntava ad avere almeno una comunità energetica rinnovabile in ogni Comune con più di 10.000 abitanti entro il 2025.

Chiarezza giuridica e funzione sociale

La Raccomandazione invita gli Stati membri a distinguere con maggiore chiarezza tra comunità energetiche rinnovabili e comunità energetiche dei cittadini. La distinzione riguarda la struttura dei membri, i requisiti di governance e le finalità, con l’obiettivo di evitare ambiguità interpretative e rendere più comprensibili i benefici delle diverse configurazioni.

Questo passaggio rafforza anche il taglio dell’articolo, perché consente di distinguere tra la CER come figura giuridica e regolatoria e la CERS come declinazione solidale. La prima riguarda soprattutto la configurazione normativa e tecnica. La seconda richiama una prospettiva più ampia, orientata alla riduzione della povertà energetica, all’inclusione dei soggetti vulnerabili e alla costruzione di benefici sociali per il territorio.

Inclusione, semplificazione e accesso reale

Il profilo sociale emerge in modo netto, perché la Commissione collega lo sviluppo delle comunità energetiche alla protezione delle famiglie vulnerabili, delle famiglie colpite dalla povertà energetica, delle persone con disabilità, degli inquilini e dei residenti nell’edilizia sociale. Il documento, quindi, non richiama soltanto obiettivi tecnologici o ambientali, ma insiste anche sulle condizioni che possono rendere effettiva la partecipazione.

Per questo la Raccomandazione chiede di semplificare le procedure amministrative, creare punti unici di contatto, rafforzare il capacity building, sostenere le autorità locali e favorire strutture secondarie o federazioni di comunità energetiche. Chiede inoltre di rendere più agevole l’accesso ai finanziamenti, perché senza strumenti semplici e accessibili le comunità energetiche rischiano di restare alla portata solo di chi possiede già risorse, competenze, immobili o capacità progettuale.

In tal modo, la prospettiva europea conferma che le CERS possono essere lette come una risposta sociale alla transizione giusta. Tuttavia, questa funzione si realizza solo se le comunità energetiche diventano strumenti realmente accessibili, inclusivi e capaci di produrre benefici misurabili nei territori.

Dalla cabina primaria alla comunità reale

Le guide operative mostrano che una CERS non nasce per dichiarazione di principio. La “Guida pratica alle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali”, realizzata da Camera di Commercio Rieti Viterbo e ANCI Lazio, propone un percorso in 7 passi e 21 sottoattività, che parte dal coinvolgimento e dall’informazione della comunità, passa per la verifica della cabina primaria, la costituzione della forma giuridica, la simulazione del metabolismo energetico ed economico, lo studio delle regole tecniche del Gestore dei Servizi Energetici, l’installazione degli impianti e l’invio della domanda, fino allo sviluppo del piano di partecipazione.

Questa struttura operativa è utile perché chiarisce un punto spesso trascurato. La cabina primaria definisce il perimetro tecnico, ma non basta a costruire la comunità. La comunità reale nasce quando i soggetti del territorio comprendono il progetto, si fidano del processo, conoscono i benefici, accettano regole condivise e riescono a partecipare in modo informato, mentre senza questa dimensione la CER rischia di rimanere una configurazione tecnico-amministrativa formalmente corretta, ma socialmente debole.

Anche il percorso promosso da Fondazione Caritro insiste sulla necessità di facilitazione, capacity building e supporto tecnico. La call “Attivare le CERS” distingue una fase di nascita, dedicata al coinvolgimento degli attori locali, all’analisi dei bisogni, alla pre-fattibilità tecnico-economica e alla definizione di ruoli, regolamenti, statuti e schemi di incentivi, e una fase di crescita e consolidamento, con sportelli informativi, attività di sensibilizzazione, supporto operativo, report mensili e ottimizzazione dei processi.

Questo conferma che una CERS non è soltanto un impianto, ma un’organizzazione territoriale che ha bisogno di governance, regole, ascolto, trasparenza e continuità. Richiede una forma giuridica coerente, una gestione corretta dei dati, una rendicontazione dei benefici, una strategia di inclusione e un modello economico capace di durare.

Energia, povertà energetica e bene comune

La dimensione solidale diventa decisiva quando si guarda alla povertà energetica, perché una CERS dovrebbe chiedersi non solo quanta energia produce, ma chi beneficia davvero dell’energia condivisa. Se la comunità energetica diventa un vantaggio per pochi proprietari di impianti o per soggetti già organizzati, la transizione rischia di riprodurre le disuguaglianze esistenti; se invece riesce a includere famiglie vulnerabili, inquilini, piccoli esercizi, scuole, parrocchie, enti del terzo settore, imprese locali e servizi pubblici, allora può diventare una vera infrastruttura di giustizia energetica.

La guida Human Foundation descrive le CERS come una chiave per combattere disuguaglianze e povertà energetica, offrendo occasioni di sviluppo attraverso interventi strutturali non assistenziali, capaci di favorire l’agire collettivo, le realtà locali e anche la nascita di nuove figure professionali.

Questa prospettiva è particolarmente importante perché la solidarietà non dovrebbe essere intesa come semplice redistribuzione finale di un incentivo, ma come criterio di progettazione dell’intero modello. Significa chiedersi fin dall’inizio quali soggetti coinvolgere, quali bisogni energetici affrontare, quali edifici pubblici utilizzare, quali famiglie sostenere, quali competenze generare, quali giovani formare, quali imprese locali attivare e quali benefici misurare nel tempo.

Una CERS secondo la guida di Human Foundation ben costruita può quindi trasformare l’energia in bene comune, non perché l’energia smetta di avere un valore economico, ma perché quel valore viene governato in modo condiviso, orientato a finalità sociali e radicato in un territorio. In questo senso, le CERS possono diventare uno dei luoghi più concreti nei quali sperimentare una transizione energetica non soltanto tecnologica, ma anche democratica.

Il rischio dei quadrifogli in un campo d’erba

Il problema è che, oggi, le CERS sembrano spesso quadrifogli in un campo d’erba, perché tutti ne parlano, molti le citano come esempio virtuoso, ma pochi territori riescono davvero a costruirle, farle funzionare, mantenerle nel tempo e renderle solidali. Il rischio è che diventino un simbolo buono per i documenti pubblici, ma troppo fragile nella vita concreta dei Comuni, dei cittadini e delle imprese.

Le cause sono molte, perché la normativa non è sempre semplice da comprendere, i tempi amministrativi possono scoraggiare i promotori, la verifica della cabina primaria richiede competenze tecniche, la costituzione giuridica domanda attenzione, la simulazione economica non può essere improvvisata, la gestione degli incentivi richiede rendicontazione e il coinvolgimento sociale è lento e faticoso. Inoltre, i soggetti vulnerabili, cioè coloro che dovrebbero essere al centro della dimensione solidale, sono spesso i più difficili da raggiungere e da coinvolgere.

Per questo servono Comuni capaci di abilitare e non solo di patrocinare, scuole, parrocchie, associazioni, cooperative, enti del terzo settore, università, camere di commercio, fondazioni, professionisti e imprese locali disposti a costruire alleanze, oltre a una governance che non lasci tutto sulle spalle di pochi volontari o di pochi tecnici, ma costruisca una responsabilità condivisa.

Una scelta politica prima che tecnica

Le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali impongono una domanda politica essenziale, perché chiedono se la transizione energetica debba essere guidata soltanto da grandi investimenti centralizzati, oppure se possa diventare anche un processo distribuito, partecipato, territoriale e solidale. La risposta non può essere ideologica, perché servono grandi impianti, reti, accumuli, efficienza energetica, innovazione industriale e pianificazione nazionale, ma senza comunità, partecipazione e beneficio locale la transizione rischia di restare lontana dalle persone.

Le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali non vanno caricate di un’aspettativa impropria, come se potessero sostituire da sole una politica industriale, una strategia nazionale sulle reti, un piano sugli accumuli o un serio programma di efficienza energetica; tuttavia, proprio perché operano nella prossimità dei territori, esse possono contribuire a ricostruire un rapporto diretto tra cittadini, energia e comunità, trasformando la transizione da processo percepito come distante a pratica condivisa, misurabile e socialmente riconoscibile.

In questa prospettiva, l’energia non è solo qualcosa che arriva in bolletta, ma diventa una leva per ripensare i consumi, ridurre gli sprechi, coinvolgere i cittadini, valorizzare gli edifici pubblici, rendere produttivi tetti inutilizzati, sostenere famiglie fragili, creare competenze e trattenere valore nei territori.

Non basta prevederle, bisogna attivarle

Il punto decisivo, allora, è passare dalla previsione normativa all’attivazione reale. I numeri del MASE indicano che esiste una cornice importante, con 5 GW di potenza massima agevolabile tramite tariffa incentivante, 2,2 miliardi di euro di risorse PNRR per i piccoli Comuni, contributi fino al 40 per cento dell’investimento e incentivi ventennali sull’energia condivisa, ma questi numeri produrranno valore solo se i territori riusciranno a trasformarli in progetti effettivi.

Per questo, le CERS dovrebbero diventare una priorità concreta delle amministrazioni locali. Ogni Comune dovrebbe chiedersi quali edifici pubblici possano ospitare impianti rinnovabili, quali famiglie vivano in condizioni di vulnerabilità energetica, quali soggetti economici possano partecipare, quali enti del terzo settore possano contribuire, quali scuole possano diventare luoghi di educazione energetica, quali strumenti finanziari possano sostenere gli investimenti e quale forma giuridica possa garantire partecipazione e trasparenza.

Solo così le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali potranno uscire dalla retorica e diventare una pratica, non un’etichetta, non un adempimento, non una moda amministrativa, ma un modello di sviluppo locale capace di collegare energia, inclusione, responsabilità e futuro dei territori.

Conclusione

Le CERS rappresentano una delle possibilità più interessanti per riportare l’energia dentro una dimensione comunitaria, democratica e solidale, perché consentono di produrre energia rinnovabile e, al tempo stesso, di condividere benefici, costruire legami, ridurre vulnerabilità, aumentare competenze e trattenere valore nei territori.

La sfida, però, è non tradirne il senso. Se le CERS diventano soltanto un meccanismo tecnico per ottenere incentivi, perderanno la loro forza trasformativa; se invece saranno progettate come strumenti di bene comune, potranno contribuire a una transizione energetica più giusta, meno centralizzata e più vicina alle comunità reali.

Il futuro dell’energia non può essere scritto solo nei grandi piani nazionali o nelle strategie industriali, ma deve passare anche dai tetti delle scuole, dagli edifici pubblici, dalle famiglie vulnerabili, dalle imprese locali, dalle parrocchie, dalle cooperative, dai piccoli Comuni e da tutte quelle comunità che vogliono smettere di essere semplici consumatrici di energia per diventare protagoniste della propria transizione.

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