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8 Maggio 2026 Comunità Energetiche
8 Maggio 2026 Comunità Energetiche

8 maggio 2026: L’Europa spinge comunità energetiche e autoconsumo

4 mesi fa

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di Oliviero Casale, componente Gruppo Valle del Garigliano

Mentre la Commissione europea indica la strada della produzione distribuita e della partecipazione energetica, l’Italia riapre il dibattito sul nucleare.

L’8 maggio 2026, con la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea della Raccomandazione (UE) 2026/1007, la Commissione europea ha indicato con chiarezza una direzione precisa: sostenere lo sviluppo delle comunità dell’energia e massimizzare il potenziale dell’autoconsumo. Proprio mentre l’Europa rafforza il ruolo della produzione distribuita, della condivisione dell’energia e della partecipazione dei cittadini alla transizione energetica, in Italia si riapre invece il confronto sul nucleare. La questione non riguarda soltanto la scelta di una tecnologia, ma il modello complessivo di transizione energetica che il Paese intende costruire nei prossimi anni.

Occorre però evitare un equivoco. Le comunità energetiche non possono essere presentate come la soluzione unica al problema del costo dell’energia in Italia, né possono da sole sostenere l’intero peso della transizione energetica. Serve una strategia più ampia, fondata su un mix diversificato di soluzioni sicure, rinnovabili e coerenti con le caratteristiche dei territori.

Le comunità energetiche devono essere incentivate al massimo, perché permettono a cittadini, enti locali, piccole imprese e territori di partecipare direttamente alla produzione e alla condivisione di energia rinnovabile. Tuttavia, devono essere integrate con fotovoltaico, solare termodinamico o solare a concentrazione di calore, mini idroelettrico, eolico, accumuli, reti intelligenti ed efficienza energetica.

Le comunità energetiche come leva territoriale

Le comunità energetiche rappresentano una delle forme più concrete di transizione energetica partecipata. Consentono di avvicinare produzione e consumo, ridurre una parte dei costi energetici, valorizzare superfici e infrastrutture locali e creare benefici economici, sociali e ambientali. Il loro valore non sta soltanto nella quantità di energia prodotta, ma nella capacità di trasformare cittadini e territori da consumatori passivi a soggetti attivi della transizione.

In questa prospettiva, l’energia assume anche una dimensione di bene comune, perché non riguarda soltanto la disponibilità tecnica di elettricità, ma la possibilità di organizzare in modo più equo l’accesso, la produzione, la condivisione e l’uso responsabile di una risorsa essenziale.

La Raccomandazione europea insiste su alcuni elementi molto chiari. Gli Stati membri dovrebbero ridurre gli ostacoli normativi e amministrativi, semplificare le procedure di autorizzazione, favorire l’accesso alla rete, sostenere economicamente le comunità energetiche, promuovere sportelli unici e garantire strumenti digitali adeguati. Particolare attenzione viene dedicata alle famiglie vulnerabili, ai locatari, ai residenti negli alloggi sociali e alle persone in condizioni di povertà energetica.

Il ritorno del nucleare nel dibattito italiano

Proprio mentre l’Europa evidenzia l’importanza delle comunità energetiche e dell’autoconsumo, in Italia si discute una delega per lo sviluppo dell’energia nucleare. Il punto non è impedire il confronto sul mix energetico nazionale, ma chiedersi se la riapertura della produzione elettronucleare da fissione sia oggi coerente con le priorità più immediate del Paese, con gli orientamenti europei sulla partecipazione energetica e con la storia democratica italiana.

In Italia il nucleare non è un tema neutro. Il Paese si è già espresso attraverso due votazioni referendarie. La prima, nel 1987, dopo il disastro di Černobyl’, segnò una svolta decisiva nel percorso di uscita dalla produzione elettronucleare. La seconda, nel 2011, dopo Fukushima, riguardò anche l’abrogazione delle norme che consentivano la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare.

È corretto ricordare che un referendum abrogativo non produce necessariamente un divieto giuridico eterno. Tuttavia, due pronunciamenti popolari contrari rappresentano un dato politico e democratico che non può essere archiviato con leggerezza. Quando una comunità nazionale si è espressa due volte su una questione così rilevante, ogni eventuale cambio di direzione richiede un confronto pubblico ampio, trasparente, documentato e rispettoso della memoria democratica del Paese.

Memoria del Garigliano e chiarezza sul nuovo nucleare

A questa memoria nazionale si aggiunge una memoria territoriale che non può essere rimossa. Il caso della centrale del Garigliano ricorda che il nucleare non finisce quando si spegne un impianto. Restano decommissioning, materiali contaminati, rifiuti radioattivi, costi nel tempo, ricadute sui territori, domande sulla salute, compensazioni, ristori e necessità di trasparenza verso le comunità locali. Nel precedente articolo dedicato alla centrale dismessa presente nella Valle del Garigliano veniva richiamato proprio questo punto: il vecchio nucleare continua a produrre responsabilità, vincoli e interrogativi anche quando la produzione è cessata da decenni.

Parlare oggi di nuovo nucleare senza dire fino in fondo che cosa comporti, dove si collochi, quanto costi, quali tempi richieda e quali oneri lasci ai territori significherebbe avere, ancora una volta, la memoria corta. Anche l’espressione “nucleare sostenibile” dovrebbe essere utilizzata con cautela, perché la sostenibilità deve essere dimostrata sull’intero ciclo di vita della tecnologia, includendo sicurezza, rifiuti, impatti territoriali, trasparenza, responsabilità intergenerazionale e consenso sociale.

Serve inoltre una distinzione chiara tra fissione e fusione. Gli SMR, gli AMR e i microreattori non sono impianti a fusione, ma reattori a fissione nucleare. La fusione resta una prospettiva di lungo periodo, diversa dalla produzione nucleare da fissione oggi evocata nel dibattito pubblico. La ricerca va sostenuta soprattutto quando punta a soluzioni energetiche più sicure, meno gravate dai rifiuti radioattivi a lunga vita e più compatibili con il futuro. La fusione merita quindi attenzione e investimenti, ma non dovrebbe essere usata per rendere più accettabile, oggi, il ritorno ai reattori a fissione.

Se si vuole investire nella ricerca, lo si dica chiaramente. Se si vuole riaprire la strada alla fissione, lo si dica con la stessa chiarezza. Confondere i due piani rischia di produrre un dibattito pubblico ambiguo, nel quale si parla al presente di fissione ma si rassicura l’opinione pubblica evocando il futuro della fusione.

Un mix sicuro, rinnovabile e diversificato

Il confronto tra comunità energetiche e nucleare non dovrebbe essere impostato come se esistessero soltanto due alternative. La transizione energetica richiede un mix articolato, nel quale fonti diverse possano contribuire alla riduzione dei costi, alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla decarbonizzazione.

Accanto alle comunità energetiche, dovrebbero essere sostenute tutte le soluzioni rinnovabili sicure e mature, oppure tecnologicamente promettenti, capaci di valorizzare le risorse disponibili nei diversi territori. Fotovoltaico, solare a concentrazione di calore, mini idroelettrico ed eolico possono contribuire alla produzione rinnovabile, purché inseriti in una pianificazione seria, partecipata e rispettosa degli ecosistemi e dei paesaggi.

A queste fonti si devono aggiungere accumuli, reti intelligenti, efficienza energetica, gestione della domanda, digitalizzazione dei consumi e interventi sugli edifici. Senza questo insieme di strumenti, nessuna singola tecnologia può essere sufficiente. La vera questione non è scegliere una soluzione simbolica, ma costruire un sistema energetico più resiliente, meno dipendente dalle fonti fossili e più capace di integrare produzione locale, riduzione degli sprechi e partecipazione sociale.

Prima rafforzare ciò che è già possibile

Prima di riaprire in modo strutturale la strada al nucleare da fissione, l’Italia dovrebbe chiedersi se abbia davvero fatto tutto il possibile per sviluppare comunità energetiche, autoconsumo, condivisione dell’energia e altre fonti rinnovabili sicure e disponibili. La Raccomandazione europea indica una vera agenda operativa, fatta di semplificazione, accesso ai finanziamenti, sportelli unici, inclusione sociale, piattaforme digitali, formazione e assistenza tecnica.

La politica energetica, se vuole orientarsi al bene comune, dovrebbe partire da questa domanda concreta: quali soluzioni producono valore per i territori, riducono le disuguaglianze, rafforzano la sicurezza energetica e non scaricano sulle generazioni future costi, rischi e vincoli non adeguatamente valutati?

Il rischio, al contrario, è che la discussione sul nucleare finisca per occupare lo spazio pubblico e istituzionale, lasciando in secondo piano misure più immediate e più coerenti con l’indirizzo europeo. Comunità energetiche, fotovoltaico, solare termodinamico, mini idroelettrico, eolico, accumuli ed efficienza energetica hanno bisogno di norme chiare, procedure semplici, credito, competenze tecniche, sostegno dei comuni e fiducia dei cittadini.

Conclusione

L’Europa sembra indicare una direzione precisa. La transizione energetica deve essere rinnovabile, partecipata, inclusiva, digitale e territoriale. Le comunità energetiche e l’autoconsumo sono strumenti centrali di questa visione, ma non devono essere caricati di un’attesa irrealistica. Non risolveranno da soli il problema del costo dell’energia, né potranno da soli garantire l’intera transizione.

L’Italia dovrebbe partire da un principio più equilibrato. Incentivare al massimo le comunità energetiche, sviluppare l’autoconsumo, semplificare le procedure, sostenere i comuni, coinvolgere i cittadini e, nello stesso tempo, promuovere con decisione un mix di fonti rinnovabili sicure e diversificate.

Sul nucleare, la scelta più ragionevole dovrebbe essere un’altra. Non riaprire frettolosamente una stagione di produzione elettronucleare da fissione, ma sostenere con forza la ricerca sul nucleare sicuro, in particolare sulla fusione, mantenendo l’Italia dentro le traiettorie scientifiche più avanzate senza ignorare i pronunciamenti referendari del 1987 e del 2011. La politica energetica concreta, invece, deve oggi concentrarsi sulle soluzioni già disponibili, sicure, rinnovabili, distribuibili e coerenti con una transizione più vicina ai territori.

La vera sicurezza energetica non nasce da una sola tecnologia, ma dalla capacità di costruire un sistema più equo, più distribuito, più resiliente e più democraticamente condiviso.

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